QUESTIONE ROM: L’ITALIA È ANCORA IL PAESE DEI CAMPI

Presentato il Rapporto 2017 della 21 Luglio: 26mila i Rom in emergenza abitativa in Italia, a Roma il Piano di inclusione mera promessa elettorale

di Chiara Castri

Sono 26mila i Rom e Sinti che in Italia sono ancora in emergenza abitativa: è il dato reso noto dall’associazione 21 Luglio durante la presentazione in Senato del Rapporto annuale 2017, in vista della Giornata internazionale dei Rom e Sinti.

Il rapporto fa il punto sullo stato dei diritti delle popolazioni Rom e Sinte residenti in baraccopoli formali e informali o nei centri di raccolta monoetnici: conta 148 baraccopoli formali distribuite in 87 comuni di 16 regioni da Nord a Sud Italia – 16.400 abitanti, il 43% dei quali ha la cittadinanza italiana e il 55% ha meno di 18 anni – e offre una stima di 9.600 presenze negli insediamenti informali e di 130 persone nei due centri di accoglienza monoetnici ancora attivi in Italia a fine 2017 – a Napoli e Guastalla, in provincia di Reggio Emilia–.

Se in tutto il Centro Italia gli insediamenti formali sono 51, per un totale di 7157 persone, Roma detiene il primato di 17 insediamenti, 6 formali e 11 tollerati,  oltre a circa 300 micro insediamenti. Secondo l’associazione 21 Luglio, nella Capitale 6900 Rom – un quarto delle presenze totali – sono in emergenza abitativa, come ha spiegato il presidente, Carlo Stasolla. Che ha denunciato anche un aumento delle occupazioni rispetto al 2016: nella seconda metà del 2017 le più grandi sono in zona Tor Cervara e Tiburtina, con 750 persone, arrivate da precedenti sgomberi forzati.

 

associazione 21 luglioL’insediamento di Camping River, nel Municipio 15, è per Stasolla l’emblema dello stato di emergenza e del fallimento delle politiche della Giunta Raggi sul tema, che a maggio scorso aveva presentato il Progetto di Inclusione Rom per un graduale superamento dei campi presenti nella Capitale. Proprio Camping River doveva essere una delle prime sperimentazioni.

 

«Dagli accertamenti patrimoniali», ha spiegato Stasolla, «è emerso che il 95% delle persone residenti nel campo non avevano lavoro e, di conseguenza, alcuna forma di reddito. Eppure quelle stesse persone sono state invitate dall’amministrazione capitolina a produrre un contratto di affitto con la promessa di ricevere un contributo. Le azioni fallimentari intraprese su Camping River non hanno fatto altro che declassare l’insediamento da formale a informale con 420 persone abbandonate a se stesse. Le azioni previste dal Piano Rom sono partite solo di recente e in un solo insediamento: nelle aspettative del Comune la Barbuta dovrebbe chiudere nel 2021, ma non sono previste altre chiusure, il che rende il Piano una semplice promessa elettorale».

In realtà nel 2016 le persone in emergenza abitativa in Italia erano 28mila, ma si tratta di una flessione, per Stasolla, «dettata non da una graduale risoluzione della questione, ma da condizioni di vita negli insediamenti talmente drammatiche da spingere alcuni degli abitanti – prevalentemente comunitari – a spostarsi in altri Paesi o a tornare nelle città di origine».

 

A PAGARE SONO I MINORI. A risentire maggiormente di tanta precarietà sono soprattutto i bambini e i ragazzi, con  ripercussioni sulla salute psico-fisica e sul percorso educativo e scolastico.

 

associazione 21 luglioSecondo il Rapporto dell’associazione, infatti, nel 2015 i minori Rom e Sinti iscritti a scuola erano 2mila, «ora circa la metà non lo è più. A incidere sui livelli di scolarizzazione», ha continuato Stasolla, «contribuiscono certo le condizioni abitative – peggiorate a Roma dopo Mafia Capitale ed il conseguente taglio di servizi negli insediamenti – ma anche la forte catena di vulnerabilità legata agli sgomberi forzati, sgomberi eseguiti in assenza di qualunque garanzia procedurale prevista dai Comitati delle Nazioni Unite».

L’associazione 21 Luglio nel 2017 ne ha registrati 230: 96 nel Nord Italia, 91 al Centro – 33 delle quali nella sola Roma – e 43 nel Sud. Una pratica discrezionale dell’amministrazione comunale per Marco Zanna, della 21 Luglio, «che rende vulnerabile la comunità, sparpagliata sul territorio senza proposte abitative alternative, e sposta il problema senza risolverlo».

 

LA STRATEGIA NAZIONALE DI INCLUSIONE. I numeri restituiscono, quindi, una fotografia del nostro Paese che resta l’Italia dei campi e della mancata integrazione. A confermarlo sono anche i dati su hate speech e fenomeni d’odio che l’associazione ha analizzato nel Rapporto. Nel 2017 l’Osservatorio 21 Luglio ha registrato un totale di 182 episodi di discorsi d’odio nei confronti di Rom e Sinti, con un incremento rispetto all’anno precedente ed una concentrazione in Lazio, Veneto, Emilia Romagna, Lombardia, Toscana.

La Strategia nazionale di inclusione non funziona, non si fa programmazione dei percorsi di integrazione, ha ribadito Marco Zanna, si costruiscono, invece, nuovi campi. Secondo Tommaso Vitale, dell’Università Science Po, è importante non ripartire ogni volta da zero. «Ci sono cose che le strategie di altri paesi in Europa, con le loro buone prassi e i loro fallimenti, ci hanno ormai insegnato: che il dialogo deve essere fondato su dati robusti; che  a funzionare non sono gli interventi pensati solo per Rom e Sinti – e in quanto tali discriminanti – ma quelli di diritto comune, che impegnino risorse sui diritti di cittadinanza, non sui gruppi».

 

associazione 21 luglioSecondo Vitale quella italiana, almeno nella filosofia e nell’apertura alla partecipazione, è una buona strategia. «Il problema sta nella tecnica amministrativa e nel design delle politiche pubbliche: bisogna capire come rendere una strategia bella e dai principi importanti anche efficace e vincolante». Obiettivi irrealistici, disconnessione tra procedure di rendicontazione e finanziamenti, debolezza della valutazione e assenza di sanzioni per inadempimento, poca attenzione al ruolo delle donne e della relazione mamma-bambino come motore di empowerment sono alcune delle lacune denunciate da Vitale a livello europeo. Elementi noti da cui partire per una strategia di inclusione efficace.

 

«A partire da una nuova centralità della continuità educativa, dall’investimento sull’accompagnamento delle capacità genitoriali, da un inasprimento della lotta antidiscriminatoria, è possibile intervenire sulla Strategia a più livelli.  Sul disegno, con indicatori specifici, raggiungibili, pertinenti e vincolati nel tempo per una strategia scritta bene non solo sul piano filosofico, ma anche amministrativo; più chiarezza sulla ripartizione delle responsabilità tra livelli istituzionali; una combinazione tra approcci generali e interventi mirati. Sui finanziamenti, con la quantificazione di assegnazioni di bilancio complessive, accanto a misure singole che non lascino tutto nell’aleatorio; un maggior sostegno a Regioni e organizzazioni per l’accesso ai finanziamenti europei; una maggior continuità e sostenibilità dei progetti. Sul piano dell’implementazione, con metodi di coordinamento e comunicazione più efficaci sui punti chiave della strategia tra Governo nazionale e livelli istituzionali e amministrativi e la previsione di sistemi premiali e incentivi. Sul piano, infine, del monitoraggio e della raccolta dati, che aiuterebbero a centrare meglio gli obiettivi e allocare le risorse».

 

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