CAMPI NOMADI: LA STRADA PER L’AUTONOMIA È ANCORA IN SALITA

Buone prassi di inclusione ed educazione alla diversità. Il punto di vista di Caritas Roma

di Lucia Aversano

Due bimbette di circa dieci anni stanno discutendo animatamente nel cortile della scuola, una cinese, l’altra africana. Ad un tratto il battibecco si fa più accesso ed ecco che, come in ogni diverbio che si rispetti, esce fuori l’insulto, in questo caso purtroppo, razzista. A questo punto della storia chiunque scommetterebbe che la parola proferita fosse negra, o occhi a mandorla, invece no l’insulto rivolto all’altra era “zingara”.
Questo episodio è accaduto circa 6 anni fa alla scuola Di Donato, e per dovere di cronaca, non c’erano all’epoca, così come oggi, alunni di etnia rom. Il battibecco in atto venne ascoltato da una delle insegnati, Miriam Iacomini, che tra il perplesso e lo sbigottito decise che qualcosa, per prevenire episodi del genere, andava fatto. L’Istituto comprensivo Manin è conosciuto a Roma per essere frequentato da un grande numero di alunni stranieri provenienti da ogni parte del mondo.  L’utenza eterogenea fa sì che si lavori molto, all’interno dell’istituto, sulla destrutturazione del pregiudizio. Tra i progetti in corso ce n’è uno che, ogni anno, si concentra su uno dei tanti paesi di provenienza degli alunni, che viene studiato da tutti con l’obiettivo di educare alla diversità.  A seguito dell’episodio sopra citato si optò per far sì che anche la cultura rom venisse inserita tra le popolazioni da conoscere, perché il  motto del progetto è “conoscere quello che non sai”.

Superare i campi nomadi, tra inclusione e stereotipo

Conoscere da un lato, insegnare dall’altro, sono i due pilastri sul quale si è eretto il seminario “Superamento dei campi nomadi. Quale accompagnamento all’autonomia?”, promosso dalla Caritas di Roma e tenutosi il 28 Gennaio a Roma. Se da una parte gli attori del sociale si impegnano a creare processi di inclusione, dall’altra restano alte le barriere del pregiudizio. Chi darebbe un lavoro a un rom o a una rom?

campi nomadi
Roma, 28 Gennaio 2016. Il seminario organizzato da Caritas Roma sul superamento dei campi nomadi

Chi affitterebbe casa ad una famiglia romanì? Insomma sebbene si attivino percorsi inclusivi restano enormi difficoltà di reale inserimento nella società, poiché stereotipi, pregiudizi e paure la fanno ancora da padrone. Nel progetto Kher, portato avanti dalla cooperativa Ermes col sostegno di Caritas, per esempio, si offre l’accompagnamento per la fuoriuscita dall’emergenza abitativa. In pratica la cooperativa, per circa un anno, si fa carico di parte delle spese mensili per sostenere la famiglia in un alloggio diverso dalla roulotte. Il sostegno non è solo economico, ma anche di tipo educativo,  con, ad esempio, l’allaccio delle varie utenze e le informazioni sulle norme igienico-sanitarie di base. Giuseppe Esposito, di Ermes, ha raccontato come spesso il locatore per comunicare con i propri inquilini rom, contatti sempre e solo persone della cooperativa. E questo la dice lunga sul pregiudizio e sulle effettive possibilità dei rom di inserirsi da soli nella società.
Accesso al lavoro, alla casa e alle strutture socio sanitarie sono solitamente preclusi all’etnia rom. La situazione ha avuto un drastico peggioramento a partire dal 2009, anno in cui è stato attivato il “Piano Nomadi”. Il trasferimento forzato in campi attrezzati ha aggravato ulteriormente lo stato di isolamento in cui già versava la popolazione rom, e ha inoltre annullato gli sforzi compiuti negli anni precedenti dalle istituzioni sanitarie e dalle associazioni del privato sociale per promuovere l’accesso ai servizi. La popolazione rom di Roma attualmente si aggira attorno alle 6mila unità, distribuite nei sei campi attrezzati: Castel Romano; Salone; Candoni; Cesarina e Foro Italico; Lombroso e Barbuta.

Senza inclusione, il campo resta l’unico punto di riferimento

Basta guardare i dati di accesso ai servizi sanitari prima e dopo il 2009. Per esempio, secondo l’indagine conoscitiva “I servizi sanitari del Lazio e la popolazione romanì”, realizzata dal Dipartimento di Sanità pubblica e malattie infettive della “Sapienza” con il

campi nomadi
Secondo la “Sapienza”, dopo il 2009 oltre il 60% dei bambini rom a Roma non ha assistenza pediatrica assistenza

supporto della Regione Lazio, prima del 2003, le donne in stato di gravidanza non controllate erano il 22,2%; tra il 2003 e il 2006 erano il 29%, mentre dopo il 2009 questo dato raddoppia diventando 46,9%. Stessa storia per i bambini; quelli non seguiti dal pediatra tra il 2003 e il 2006 erano il 48%, prima del 2003 il 37%, mentre dopo il 2009 diventano il 61,3%. Impressionante è la percentuale dei bambini non vaccinati dopo il 2009: ben il 76,7%. Non che prima ci fosse una copertura alta, ma almeno quasi la metà dei bambini, il 45,8%, era vaccinato. Più della metà delle persone intervistate nell’indagine non sapeva indicare dove fossero ubicati gli ambulatori specialistici o i consultori di zona, in compenso la maggior parte di loro conosceva l’ospedale più vicino, che resta l’unico punto di riferimento sanitario. Nell’indagine è stata effettuata anche una ricerca sulle conoscenze della cultura rom da parte degli operatori sanitari compresi medici, infermieri e operatori vari. Su 89 questionari somministrati, ben 25 riportavano che non conoscevano nulla di rom e non erano interessati a migliorare le proprie conoscenze; 37 avevano un esperienza limitata e solo 10 dimostravano una conoscenza più approfondita. I rom mantengo il triste primato di essere, tra le categorie fragili, quella più ghettizzata ed esclusa. Il campo, sebbene odiato dai più, resta l’unico punto di riferimento. I vari progetti attivati dalla Caritas mirano all’inclusione da un lato e allo scardinamento dei pregiudizi dall’altro, perché, una volta nella società, l’ostacolo maggiore è chi hanno di fronte.

 

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