I PALESTINESI IN LIBANO E QUELLE STRADE TROPPO STRETTE

“Sguardi senza diritti” è un progetto di ULAIA ArteSud onlus per raccontare la vita nel campo profughi palestinese di Burj al Shemali, Libano

di Maurizio Ermisino

Dove le strade non hanno nome, scrivevano gli U2 in una loro vecchia canzone, ispirata all’Etiopia. Paolo Giordano, vent’anni, studente dell’Istituto di Belle Arti di Roma, fotografo e videomaker, ci ha raccontato che la prima cosa che lo ha colpito, appena arrivato in uno dei campi profughi palestinesi in Libano, sono state proprio le strade. «Siamo passati attraverso un checkpoint dei militari libanesi, e la prima cosa che mi ha colpito è stata la dimensione delle strade e quanto la gente le viva. La gente passa la propria vita in strada». Paolo Giordano è appena rientrato dal Libano, dal campo di Burj al Shemali, a Tyro, che da quasi settant’anni ospita i profughi palestinesi. L’occasione gliel’ha fornita il progetto “Sguardi senza diritti” a cui pensava da tempo con Erica Castiglione, studentessa di lingue del Medio Oriente all’Università Ca’ Foscari di Venezia e con ULAIA, associazione di volontariato che opera da anni in Libano. Il progetto, attraverso la fotografia, le videoriprese e la parola scritta, racconterà, con lo sguardo dei giovani che sono lì, la vita dei palestinesi nei campi.

 

Campi profughi palestinesiSTRADE OPPRIMENTI, MA PIENE DI VITA. Il racconto di Paolo è di quelli che non lasciano indifferenti. «I campi profughi palestinesi in Libano sono fatti di vere e proprie costruzioni», racconta. «E a ridosso dello stesso alcuni vecchi ruderi sono oggi abitati da gruppi di siriani. Come gli altri campi ufficiali, Burj al Shemali è grande un chilometro quadrato ed ha circa 22mila persone al suo interno. I campi nascono come primo soccorso, dovrebbero avere una durata temporanea, ma qui diventano un micro mondo. Non possiamo parlare di una città, anche se di fatto lo è, perché manca un’idea di urbanistica, servizi, spazi comuni. Non ci sono piazze, non ci sono aree verdi, non ci sono spazi per bambini e di alberi nemmeno a parlarne. Di conseguenza i bambini li vedi giocare sempre e solo per strada».

Giordano ci racconta che alcuni anni fa i volontari di ULAIA e gli altri internazionali presenti nel campo avevano ripulito una piccola area adibendola a parco giochi, ma è durata poco, sommersa da rifiuti ingombranti che nessuno provvede a rimuovere. Sarebbe compito dell’UNRWA, l’agenzia dell’ONU che si occupa dei profughi palestinesi e che presiede anche alle infrastrutture ed alla pulizia dei campi.

Nel campo si crea una sorta di microeconomia. «Ci sono dei piccoli negozi di alimentari, delle cliniche, c’era un ospedale, che poi è diventato clinica per mancanza di fondi», ci racconta il responsabile del progetto di ULAIA. «La mia impressione è che sia una micro città che ha le risorse per essere una città, ma non può espandersi, in quanto sorge su un terreno che l’UNRWA ha preso in fitto per cento anni dal governo libanese. Così è destinato ad aumentare di densità sempre di più, creando delle situazioni invivibili. Serve spazio per costruire, e allora si costruisce in altezza, se si ottiene il permesso dalla General Security libanese: le strade si stringono, anche se la distanza tra una casa e l’altra dovrebbe essere come minimo tre metri, e opprimono la gente che ci si trova dentro».

«Ma queste strade dei campi profughi palestinesi, d’altro canto, hanno anche aspetti positivi», riflette Giordano. «Sono strade piene di vita, le persone si incontrano, parlano tra di loro, fumano il narghilè in gruppo. I bambini giocano, i motorini le percorrono facendo fatica in alcuni tratti perfino a svoltare mentre nelle strade principali, più larghe, è il caos più totale quando si incontrano nei due sensi di marcia le vecchie Mercedes dei servizi di trasporto collettivi, i minibus o i fuoristrada, regalo dei parenti che hanno raggiunto una solida posizione economica all’estero».  Viene spontaneo, a Paolo, il parallelo con le nostre strade di quartiere: «Noi nelle nostre strade ci stiamo solo per andare da un punto A ad un punto B, senza accorgerci  di cosa c’è in questo tragitto. Lì le persone le strade le vivono».

 

campi profughi palestinesiIL LAVORO NEGATO. Ma il campo logora le persone che ci sono dentro. «Ho incontrato persone che tuttora instancabilmente cercano di migliorare le loro condizioni di vita e quelle del campo», riflette Paolo Giordano. «Ma è una lotta impari. Tutto nasce dal diritto al lavoro che il governo libanese costituzionalmente vieta ai profughi palestinesi, a differenza di altri Paesi dove hanno trovato rifugio. Ancora non possono esercitare la maggior parte delle professioni o devono piegarsi al lavoro nero sottopagato. Per esempio il laureato in medicina potrebbe lavorare nel campo, ma le strutture ospedaliere di quello che prima era il fiore all’occhiello della Mezzaluna palestinese sono ormai compromesse: c’è una sala operatoria piena di polvere, che ricopre tutti gli oggetti. È un problema politico e di finanziamenti che mancano». «Negli anni l’UNRWA ha subito drastici tagli dai paesi donatori, ultimo quello degli Stati Uniti d’America», aggiunge Paolo, «la crescente corruzione al suo interno, che da più parti ci viene riferita,  grava sempre di più sulla qualità della sanità e dell’istruzione dei palestinesi».

 

LA SCUOLA IMPOSSIBILE. Ci chiediamo quali siano i momenti ricreativi, o culturali, per i coetanei di Paolo, o per i bambini più piccoli, quali siano le scuole. «Molto dipende dalle associazioni. Ad esempio Al Houla è una associazione indipendente, nata nel campo, che ha l’unica biblioteca per adulti e bambini con 550 iscritti, organizza attività per bambini e ragazzi, il prestito di libri, l’uso di computer, offre spazi di ritrovo per persone di tutte le età ed ora anche lo sport, grazie alla palestra costruita su progetto di ULAIA finanziato dall’8per Mille della Tavola Valdese», ci racconta lo studente di Belle Arti. «National Institution Social care and Vocational Training, meglio conosciuta come Beit Atfal Assumud invece è una Ong che opera in tutti i campi del Libano e organizza attività che vanno dal kindergarten ai corsi professionali, dalle attività culturali e ricreative ai corsi di recupero scolastico, dalle cure dentistiche gratuite per i bambini, ai corsi di educazione sessuale, ai trattamenti per ogni tipo di disagio fino alla psichiatria».

Il pensiero corre subito alla scuola. «La scolarizzazione è quella che è. Nelle classi arrivano ad esserci anche 50 bambini» riflette Giordano.  «Come fanno ad essere seguiti? I libri e gli altri materiali ci mettono mesi per arrivare. C’è gente lì che potrebbe davvero fare grandi cose ma in queste condizioni non è detto che gli studi vengano portati a termine. In tanti sono costretti ad abbandonare a causa della necessità di lavorare per aiutare le famiglie. E chi ha finito gli studi, invece, si trova nell’impossibilità di esercitare il lavoro per cui ha studiato».

 

UNA GABBIA DI MURI E DI LEGGI. Vivere  nei campi profughi palestinesi in Libano  è una situazione kafkiana, un limbo infinito. Per chi termina il primo ciclo di studi, continuare all’Università è un problema. «Ci sono ragazzi che vorrebbero uscire dal campo e dal Libano, ma spesso il visto viene rigettato», racconta Giordano. «A molti vengono spezzate le ali perché i genitori non hanno abbastanza soldi sul conto corrente, e per partire servono seimila dollari, servono per dimostrare che puoi pagarti almeno il primo anno di permanenza all’estero». «ULAIA ha finanziato tre borse di studio a studenti che ora si laureano in Ingegneria in Italia, al Politecnico di Torino», spiega il responsabile del progetto, «ma capita che vengano spesi i soldi per i documenti e poi il visto venga rigettato. I ragazzi si sentono così, in una grande gabbia fatta di muri e leggi limitative. Eppure sono forti, non si perdono d’animo. Lì c’è tanta tristezza, ma c’è anche la consapevolezza di quello che si può fare e di quello che è negato. La maggior parte dei ragazzi studia per diventare insegnante UNRWA o infermiere, perché sa che è quello che può fare. E lo stipendio è adeguato. Qui da noi trovami un ragazzo che fa qualcosa che non vuole fare!».

 

E LA CHIAMANO ESTATE. La vita nel campo si sente soprattutto d’estate. «I bambini giocano nelle strade», racconta Giordano. «Si svegliano magari più tardi, ma comunque passano la giornata nel campo. Per questo il nostro progetto “Sguardi senza diritti” nei due mesi di permanenza a Burj al Shemali ha previsto anche sport, workshop ricreativi, come giardinaggio, riciclo e produzione di carta e di argilla, ed anche gite all’esterno del campo. Per tre giorni a settimana abbiamo fatto lezione di fotografia e di scrittura creativa e giornalistica con i gruppi dai 10 ai 14 anni, dai 15 ai 19 e dai 20 ai 25, e abbiamo anche aggiunto un corso per donne over 40. Con tutte le età abbiamo puntato molto sulla parte emotiva».

 

Campi profughi palestinesiI SOGNI DELLE DONNE«Il lavoro con le donne dei campi profughi palestinesi è stata una delle cose più emozionanti del progetto», sottolinea Erica Castiglione, che ha curato la parte relativa alla scrittura. «Le abbiamo fatte scrivere: una cosa semplice, eppure complicata. Talvolta abbiamo dato parole come pace libertà, guerra, campo, chiedendo di descriverle o, per facilitare il racconto, siamo partiti da qualcosa di più personale, come il ricordo del momento più bello o più brutto della loro vita. Ci siamo resi conto che avevano bisogno di parlare, di esprimere le loro paure, i loro sentimenti, i loro desideri, cosa che non fanno quasi mai trovandosi spesso catapultate, giovanissime, in una vita domestica che lascia spazio per coltivare solo il sogno di essere madre, diventandolo poi a tempo pieno».

«Ci siamo accorti che tutte avevano delle storie molto forti di un passato turbolento», continua Erica. «La maggior parte di loro ha sempre vissuto nel campo, sottoposto a tre bombardamenti israeliani dagli anni Settanta ad oggi. Le loro sono storie di donne che hanno perso parenti e amici quando erano piccole, che si sono rifugiate fuori dal campo o dal Libano e a causa di altre guerre e disordini, hanno dovuto farci ritorno».

Ci chiediamo se sia stato complicato entrare in confidenza con loro. «C’è voluto poco», risponde Erica Castiglione. «È bastato dimostrare la vera volontà di ascoltarle. Abbiamo concentrato la prima giornata per conoscerci e parlare del beneficio della scrittura per se stesse e per le persone che leggeranno la loro storia. Ogni donna ha vissuto un trauma: una perdita o un sogno mancato». Ma quali sono i sogni e i desideri di queste donne? «I loro sogni sono disparati, ognuna ne aveva e ne ha uno diverso: dal diventare maestra, dottoressa o semplicemente avere il tempo per prendersi cura di sé una volta che i figli diventano adulti. Ed in questo molto ha aiutato la palestra realizzata da ULAIA. Una delle donne ce ne ha parlato entusiasta e ne è assidua frequentatrice. Un’altra avrebbe voluto diventare scrittrice, e il nostro corso le ha dato la voglia di cominciare ora nonostante l’età. In tutte, comunque, abbiamo riscontrato la capacità di vivere e apprezzare ciò che la vita ha dato loro, anche se i loro sogni sono rimasti nel cassetto. Nonostante le difficoltà hanno trovato la felicità nelle cose semplici».

Al rientro dal Libano, Ulaia sta lavorando alle mostre interattive di “Sguardi senza diritti”. Quelle storie e quelle immagini prodotte dai volontari e catturate dallo sguardo degli stessi partecipanti palestinesi al progetto daranno voce e visibilità ad un popolo che il mondo vuole disperdere.

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