Una stanza per sé, una casa per tutti. A Casa Giada il cohousing è un antidoto alla solitudine degli anziani

Nel quartiere romano della Giustiniana, nove over 65 hanno ritrovato una casa dove vivere e stabilire la propria residenza, condividendo la vita quotidiana senza rinunciare alla propria autonomia. Tra loro Enrico, che si è trovato senza casa da un giorno all’altro, e Fausto che non è più riuscito a pagare l’affitto dopo 40 anni di lavoro in un ministero

di Antonella Patete

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Settant’anni a breve, fisico asciutto e sguardo ispirato, Enrico è arrivato a Casa Giada «per grazia ricevuta», dopo essersi ritrovato di punto in bianco senza un tetto sulla testa e aver girovagato per alcuni mesi, spaurito e sperduto, tra una struttura di accoglienza e l’altra della capitale. E così, quando circa un anno fa gli assistenti sociali dell’amministrazione capitolina gli hanno prospettato la possibilità di entrare a far parte di un cohousing in zona Giustiniana non gli è parso vero di poter vivere «in questo posto pulito e perfetto, col materasso nuovo di zecca, la cucina attrezzata, la lavatrice, l’asciugatrice e tante attività organizzate di cui forse potrei usufruire un po’ di più». Situato subito fuori dal Raccordo Anulare all’incrocio tra la Via Cassia e la Via Trionfale, Casa Giada ospita uno dei quattordici senior cohousing attivi nella città di Roma, sette dei quali aperti recentemente grazie alle risorse del PNRR per sostenere le persone vulnerabili e prevenire l’istituzionalizzazione degli anziani non autosufficienti.

L’emergenza silenziosa dei 250mila over 65 che vivono soli nella Capitale

«Casa Giada è nata nel 2021 e oggi vi vivono 31 persone tra i 67 e gli 84 anni suddivise tra i quattro piani dello stabile», spiega Marika Pellegrini, assistente sociale ed educatrice professionale della FAI-Famiglia, Anziani, Infanzia, la cooperativa sociale che gestisce il servizio per conto del Comune di Roma. «Al terzo e quarto piano c’è la comunità alloggio per chi presenta maggiori necessità di supporto, garantite attraverso la presenza H24 di operatori socio-sanitari, mentre il primo e il secondo sono dedicati ai due cohousing, destinati a nove ospiti completamente autosufficienti, ma comunque accompagnati da un’équipe composta da professionisti provenienti da diversi ambiti disciplinari, tra cui il coordinatore psicologo, l’assistente sociale, l’educatrice professionale, gli OSS e gli arteterapeuti. Qui in particolare, siamo a Casa Giada Rossa, che è stata inaugurata in un secondo momento, lo scorso 3 aprile, con sei ospiti tutti di sesso maschile». Con oltre 250mila over 65 che vivono da soli, a Roma il problema della solitudine delle persone anziane rappresenta un’emergenza silenziosa e spesso invisibile, destinata a peggiorare negli anni futuri a causa dell’invecchiamento della popolazione. Un isolamento aggravato da pensioni al di sotto della soglia di sussistenza, perdita del coniuge, condizioni di salute precarie ed erosione delle reti di vicinato, che richiede soluzioni inedite e nuove forme di assistenza e sostegno. «A differenza delle comunità alloggio», prosegue Pellegrini, «i senior cohousing sono strutture sociali e non sociosanitarie, dove gli ospiti possono stabilire la propria residenza e rimanere per sempre. Le persone arrivano su segnalazione dei servizi sociali municipali e della rete dei servizi di emergenza per via della loro condizione di fragilità. Si sono trovate tutte in grave emergenza abitativa e molte provengono da dormitori o altre strutture di accoglienza presenti nella città di Roma».

Enrico, la macrobiotica e l’arte di diventare pazienti

Tradotto in parole semplici, emergenza abitativa vuol dire non avere una casa propria né un posto sicuro dove stare. Ma nella maggioranza dei casi non significa avere alle spalle una vita di povertà, stenti e grave marginalità. Per buona parte della sua esistenza Enrico ha tenuto corsi di cucina naturale. Tre matrimoni, numerose fidanzate e la ricerca inquieta di un equilibrio fisico e psichico seguendo gli insegnamenti di Michio Kushi, il divulgatore giapponese che ha introdotto la macrobiotica in Occidente, Enrico non aveva mai conosciuto la vita in strada. «Vivevo con l’unica parente che mi è rimasta, quando un giorno, di ritorno da una breve vacanza, ho trovato la serratura di casa cambiata», racconta. «Sono rimasto per qualche giorno stordito su una panchina. Poi mi sono reso conto che dovevo cercare una soluzione e ho trovato riparo nel grande dormitorio della Caritas a Via Marsala. È stato piuttosto difficile, ma almeno avevo un posto per dormire e per mangiare. Da lì, grazie all’associazione Poveri al Centro, mi sono spostato in un caravan all’interno di un campeggio in zona Roma Nord, ma era tutto un via vai di persone che andavano e venivano. Finché, finalmente, ho avuto la possibilità di vivere in questa casa, dove ho una stanza tutta per me. Un tempo ero molto dogmatico, ma all’interno del cohousing ho imparato che per stare bene con gli altri occorrono pazienza e perspicacia».

Liste della spesa, divisione dei compiti e rispetto delle regole

Per vivere all’interno dei senior cohousing realizzati da Roma Capitale è necessario sottoscrivere una sorta di patto che stabilisce alcune (poche) regole di convivenza, come non essere aggressivi con gli altri, non introdurre superalcolici, avvertire se si ha in programma di assentarsi per qualche giorno. Ognuno versa 250 euro al mese che confluiscono in una cassa comune utilizzata per le spese generali. «Si compila insieme la lista della spesa, che poi gli stessi ospiti acquistano nei supermercati vicini, riconsegnando gli scontrini», precisa Pellegrini. «Per organizzare la vita insieme vengono fatte delle riunioni periodiche, che servono a stabilire i turni e gli impegni di ciascuno. Chi va al supermercato, chi cucina, chi si occupa della lavanderia e chi della pulizia degli spazi comuni. Ma le riunioni sono anche il momento per discutere delle eventuali criticità e di come risolverle, insieme alle operatrici e agli operatori sociali». Oltre alla ricomposizione dei possibili conflitti, gli operatori, presenti ogni giorno dalle ore 7.30 alle 13.30, possono aiutare chi ha qualche difficoltà nel portare a termine i propri compiti. «Per esempio, non tutti sono in grado di cucinare per gli altri», commenta l’assistente sociale. «E quando qualcuno non ce la fa da solo, noi siamo lì per aiutarlo».

Musica, teatro, improvvisazione e tante gite in giro per il Lazio

Ogni lunedì e venerdì dalle 15.00 alle 18.00, Isabella Carle, attrice e arteterapeuta, conduce laboratori rivolti agli ospiti del cohousing. «Parlare di arteterapia è riduttivo, tutte le arti sono terapeutiche», chiarisce. «Attraverso la musica, la danza, l’improvvisazione, il teatro, il cinema e la scrittura creativa riesco a far emergere emozioni che altrimenti resterebbero inespresse». Per anni Carle ha fatto parte della Compagnia dei Giovani di TSI La Fabbrica dell’Attore, realtà teatrale fondata da Manuela Kustermann e Giancarlo Nanni all’interno del Teatro Vascello di Roma. «Poi è arrivato il Covid, che per gli artisti ha rappresentato un vero massacro, e ho deciso di frequentare un master in Arteterapia», ricorda. «Nel cohousing porto il mio modo di fare arte, ma quello che ricevo è molto più di quello che do». Tra le attività condotte durante i laboratori, due cortometraggi a tema surreale realizzati lo scorso anno, ma anche un presepe vivente itinerante tra i vari piani dell’edificio e composizioni poetiche e musicali, compresa una canzone nata dalle emozioni e dai ricordi emersi durante gli incontri. Ulteriori proposte sono poi rappresentate dai corsi di spagnolo e di ginnastica, i laboratori di cucina e le palestre cognitive per allenare la memoria e le abilità mentali, le passeggiate nel quartiere e le tante gite in giro per il Lazio.

 

Fausto, il precipizio all’improvviso e l’inizio di una nuova vita

Solo qualche anno fa Fausto non avrebbe mai immaginato di diventare uno tra gli abitanti più attivi e partecipi di Casa Giada. Per la precisione, non avrebbe mai immaginato di dover chiedere aiuto ai servizi sociali per trovare un posto dove vivere. Ottantadue anni oggi e una spiccata ironia, è stato tra i primi ad arrivare a Casa Giada cinque anni fa. «Ho lavorato al ministero delle Finanze», racconta. «Ero un funzionario di settimo livello. Tra le altre cose, seguivo le istruttorie per la destinazione a fini sociali dei patrimoni confiscati alle mafie. Lasciare quella scrivania dopo 40 anni di servizio è stato triste, ci tornerei subito, anche gratis». Una vita tutto sommato ordinaria, ma con un finale imprevisto. Non avendo mai pensato all’acquisto di una casa mentre lavorava, Fausto è stato travolto dall’aumento del costo della vita e degli affitti. «Non è stato semplice, sono rimasto vedovo in giovane età con due figlie. A un certo punto, però, si è aperto un baratro: il canone dell’affitto è salito e la pensione non aveva più il valore di un tempo. Le figlie lavoravano con contratti precari e non potevo né volevo chiedere aiuto a loro». E così, forte della sua ultradecennale esperienza all’interno di un ministero, Fausto ha cominciato a girare da un ufficio all’altro per capire cosa fare. «La graduatoria per entrare in casa di riposo era lunga, ma avevo tutti i requisiti per vivere in un cohousing. Perciò, quando dopo due anni mi hanno proposto di venire a Casa Giada, non mi sono fatto sfuggire l’occasione. Prima di accettare mi sono fatto spiegare tutto per bene, sembrava troppo bello per essere reale. E, invece, non c’era nessuna fregatura». Anzi, la pensione ha riacquistato il potere di acquisto di un tempo «e ora non ho più il terrore di trovare nella cassetta postale una bolletta che non riesco a pagare». Inoltre, provvedere da soli alla preparazione dei pasti, alla lavanderia e alla pulizia degli spazi comuni abbatte le spese per l’amministrazione comunale e permette agli ospiti di mantenere più a lungo l’autonomia. «È una nuova vita», sintetizza Fausto. «Io sono di natura un mediatore, uno che non si irrigidisce mai. Ma tutti dobbiamo adattarci a questa nuova realtà e dimenticarci di come vivevamo prima. Anche questo è il cohousing: cercare punti di contatto, aiutarci a vicenda e fare tutto quello che possiamo per andare incontro agli altri».

Una stanza per sé, una casa per tutti. A Casa Giada il cohousing è un antidoto alla solitudine degli anziani

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