FAMIGLIA PUNTO ZERO. IL FESTIVAL DI UNA REALTÀ CHE CAMBIA

Grande successo per l’evento laico di Roma, con tanti spunti di riflessione: tra nuclei che mutano, nuovi padri, multigenitorialità e conciliazione tra maternità e lavoro.

di Ilaria Dioguardi

Da tanti mesi nelle aule del Parlamento e sui media è un susseguirsi di dibattiti, articoli, programmi televisivi, approfondimenti riguardanti i temi dei diritti civili, di smartworking e mobilità per i genitori, dell’uso delle tecnologie da parte dei giovani. Non si sarebbe potuto scegliere un momento più adatto per organizzare la prima edizione di Famiglia Punto Zero, il festival delle famiglie che cambiano, che si è svolto a Roma al MAXXI, Museo nazionale delle Arti del XXI secolo, il 20 marzo scorso.
«L’idea è nata da una semplice osservazione: la famiglia da cui provengo è diversa, sia nel contesto culturale che nelle dinamiche relazionali, dalla famiglia che sto costruendo. Unendo un’analisi dedotta dalla lettura del mondo della genitorialità sul web, ho pensato che potesse essere utile (e bello) istituire un appuntamento annuale in cui i genitori, ma anche gli operatori del settore, potessero fare un punto sulle riflessioni relative ai cambiamenti culturali della famiglia. Perché, soprattutto noi genitori, siamo chiamati non solo a imparare come si allatta, svezza o come si gestiscono i capricci, ma anche a capire come educare gli adulti di domani con meno pregiudizi possibili», dice Santa Di Pierro, ideatrice e direttrice artistica del festival.
Il format di Famiglia punto zero era su un doppio filo: nell’Auditorium del MAXXI si sono alternati incontri con relatori esperti, psicologi, maestri, studiosi, giornalisti. In contemporanea, un programma di attività e spettacoli ha intrattenuto i tanti bambini presenti: teatro, musica, filosofia, laboratori e attività per i più piccoli in inglese.

Genitori analogici con figli digitali

Tra le varie sfide a cui la famiglia dovrebbe trovare possibili risposte c’è senza dubbio il rapporto con la tecnologia. «Sono un maestro elementare e riscontro un forte disagio nei bambini riguardo all’uso che i genitori fanno  di tablet, pc e smartphone: lo schermo toglie l’attenzione di padri e madri al bambino, che si accorge sin da quando è molto piccolo della loro presenza “intermittente”.

Famiglia Punto Zero
Una partecipante al festival Famiglia Punto Zero

Se la tecnologia arrivasse nelle scuole, anche dei più piccoli, sarebbe un danno enorme: il bambino ha bisogno di esperienze totali, di darsi il tempo della sosta, di provare la noia. Non c’è poesia senza noia», dice a Famiglie punto zero Franco Lorenzoni, maestro e scrittore. «I bambini hanno bisogno di qualcuno che faccia loro da specchio, in modo positivo, per confrontarsi, per misurarsi». Proprio la misura è fondamentale nella tecnologia. «Bisogna imparare a fare diete mediali, impegnarsi a portare serendipità; gli algoritmi ci portano dentro a una bolla, ma non ci accorgiamo che ci siamo dentro. La tecnologia è a un punto di non ritorno, per usarla nel modo giusto dobbiamo parlarne e trovare una nostra via», avverte Giovanni Boccia Artieri, professore ordinario di Sociologia dei media digitali e Internet Studies all’Università di Urbino.
Un problema che i genitori si trovano a dover affrontare sin da quando i nativi digitali non sono ancora adolescenti è il rapporto con i social network. Spesso gli adulti usano la scusa che non ci capiscono nulla per controllare i più giovani. «Quando non riusciamo a costruire una consapevolezza del loro uso iniziano i problemi. È importante che i genitori si informino, capiscano il mezzo e lo condividano con i figli. Se un ragazzino si suicida non è colpa della piattaforma, ma di genitori assenti», spiega Blanca Zamperini, 14 anni, adolescente che mostra di avere una grande competenza in materia e le idee molto chiare, più chiare di molti adulti.

La “geografia” delle famiglie moderne

Le famiglie stanno cambiando e che siano ricomposte, monogenitoriali, omogenitoriali o nate dalla medicina procreativa, in quanto considerate “diverse”, si trovano obbligatoriamente davanti a sfide continue. «I bambini vogliono i genitori che hanno, con caratteristiche che non sono genitali», dice Claudio Rossi Marcelli, giornalista, padre insieme al marito di tre figli che sono il frutto della fecondazione artificiale. «La multi-genitorialità ormai è la norma. Come dice un proverbio africano, per crescere un bambino ci vuole un villaggio intero», afferma Francesco Remotti, professore di antropologia culturale all’Università di Torino. «I bambini sono molto confusi, non sanno qual è la loro famiglia. I casi di bambini con genitori separati, che hanno nuovi compagni, sono in aumento: la famiglia sta implodendo. Non è affatto detto che i bambini cresciuti in nuclei familiari più tradizionali crescano meglio di altri nati in famiglie di altro tipo”, sostiene Melita Cavallo, ex presidente del Tribunale per i minori di Roma, presente a Famiglia Punto zero.

I nuovi padri

La trasformazione del ruolo del padre sta portando all’individuazione di un nuovo codice paterno condiviso. Una figura di padre che spesso cerca di riscattare le modalità educative del passato e capace di una relazione positiva con i propri figli. In una gestione familiare senza dubbio differente e che rappresenta una sfida emergente per la coppia e per la società.

festival famiglia punto zero
Durante il festival sono stati proposti laboratori per le famiglie

«Non sono preoccupata per la natura della famiglia», spiega Simona Argentieri, medico psicoanalista e scrittrice, «quello che mi preoccupa è il fatto che la donna vuole sfuggire sempre più al suo ruolo di madre che è molto faticoso, delega il padre che, a quel punto, finisce per non essere più autoritario: così spesso si perde il ruolo di padre».
«Sono cresciuto in una famiglia in cui l’autorità era chiara, lo scontro padre-figlio penso fosse necessario. Oggi sembra d fare discorsi antichi», racconta Corrado Formigli, giornalista e conduttore di Piazza Pulita, moderatore dell’incontro. Il padre perde in molti casi autorità e a volte diventa l’amico dei figli. «Un padre non può essere amico del cuore dei propri figli. Quello che manca è la capacità educativa: l’adulto deve mettersi in discussione, confrontarsi con gli altri genitori e con i professionisti», dice Francesco Uccello, autore, blogger e giornalista. Proprio questa è l’intenzione di questo festival, infatti: un’occasione di confronto, di conoscenza e di approfondimento.
Un altro tassello importante nella “geografia” delle famiglie moderne sembra essere il bisogno di avere sempre il controllo di tutto. «Molti genitori non vogliono sperimentare, avvertono la necessità di avere un manuale che dica sempre cosa fare. Padri e madri devono imparare a fare le cose ai figli a modo loro, come sono capaci, devono accudirli entrambi ma il termine “mammo” nel 2016 non si può proprio più sentire», afferma Uccello.

La maternità come competenza

In un mondo in cui si parla sempre più di mobilità e di smartworking (per i lavori che lo permettono, certo), ci si chiede perché allora le donne non siano ancora trattate economicamente sul lavoro alla pari dell’uomo  e perché rinuncino spesso a ruoli decisionali, per l’impossibilità di portare avanti lavori molto impegnativi con la vita familiare. «Il Parlamento ha una grande sensibilità su questi temi» afferma Enrico Costa, Ministro degli affari regionali e della famiglia.
«Perché non ci chiediamo se anche un uomo può fare il papà, l’uomo e avere successo nel lavoro?», chiede Sofia Nasi, Financed training and Diversity Manager alle Ferrovie dello Stato. «Una donna con la maternità acquista competenze: rapidità di pensiero, va al cuore delle cose, deve sapersi organizzare per prendersi cura dei bambini e della casa. C’è, invece, ancora molta resistenza negli ambienti lavorativi, noi donne siamo considerate un “impaccio”, lo “sguardo lungo” manca» conclude Nasi.

Famiglia Punto Zero
La riscoperta delle attività creative

È proprio questo il punto. Il binomio lavoro-conciliazione non deve riguardare solo le donne, altrimenti si rischia di non mettere a fuoco la questione, ma tutte le persone che lavorano e devono anche far fronte al lavoro di cura. «Per affrontare e risolvere la questione sono necessari una serie di interventi: un adeguamento del welfare, flessibilità lavorativa, maggiori sostegni (come gli asili nidi pubblici), congedi parentali retribuiti (un congedo al 30% non è certo allettante). Con L’Alveare abbiamo pensato a un’ulteriore possibile soluzione: un coworking con uno spazio baby, dedicato alla cura di bimbe e bimbi dai 3 mesi ai 3 anni, con un’educatrice professionista. Si tratta di un esempio di welfare urbano dal basso, aperto a Centocelle nel 2014» spiega Serena Baldari, socia cofondatrice de L’Alveare, sponsor del festival Famiglia Punto Zero.

Verso la seconda edizione di Famiglia Punto zero

«Sono molto soddisfatta soprattutto perché è passata l’idea che volevamo: che si può parlare di famiglia da tanti punti di vista, con contenuti di altissima qualità e facendo fare ai bambini cose belle. Credo che le persone che hanno partecipato, i genitori si siano sentiti trattare da “adulti”, da addetti a uno dei lavori più difficili del mondo, avendo, durante la giornata, la possibilità di confrontarsi e informarsi», spiega l’ideatrice di Famiglia Punto Zero. «La prossima edizione sarà su più giorni con molti più temi di questa prima edizione. Vorremmo lanciare una call per sapere dalle famiglie quali sono gli argomenti che vorrebbero approfondire. È nostra intenzione anche potenziare il programma per i bambini, affinché bellezza e contenuti possano essere trasmessi attraverso l’arte. L’entusiasmo che i partecipanti ci hanno restituito ci fa pensare che l’anno prossimo sarà un’edizione interessante», conclude Santa Di Pierro.

 

 

FAMIGLIA PUNTO ZERO. IL FESTIVAL DI UNA REALTÀ CHE CAMBIA

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