IN SERVIZIO CIVILE CON TELEFONO ROSA. ECCO COSA SI FA E COSA SI IMPARA

Le testimonianze delle ragazze che stanno svolgendo il loro servizio nell'emergenza. Scoprendo un mondo attraverso il telefono e internet

di Giorgio Marota

Potrebbe succedere che, telefonando a un numero per avere informazioni o aiuto, risponda una voce giovane e vivace. Probabilmente state parlando con una volontaria o con un volontario in servizio civile della rete del CSV Lazio “Giovani Energie di Cittadinanza”, simbolo di un mondo, quello del sociale, che va avanti e si rimbocca le maniche, nonostante le difficoltà imposte dalla quarantena. L’emergenza Coronavirus non ha interrotto il prezioso lavoro di tanti giovani impegnati nel terzo settore. Su Reti Solidali,  vi abbiamo raccontato le storie delle ragazze che prestano il loro servizio nelle associazioni Loco Motiva di Rieti e A.Ge di Cassino.

IN SERVIZIO CIVILE CON TELEFONO ROSA
Annarita Antoniani

Oggi abbiamo contattato Annarita e Federica che stanno rendendo possibile, a distanza, il sostegno delle donne vittime di violenza.

L’associazione Telefono Rosa, nata nel 1988 come strumento per far emergere la violenza “sommersa” all’interno delle mura domestiche, ha già aiutato 715 mila donne attraverso attività e servizi quali la consulenza legale gratuita, la consulenza psicologica, gruppi di auto-aiuto, sportelli anti stalking e centralini attivi h24 per informare e sostenere.

Presso la struttura sono in servizio civile sei ragazze: 2 lavorano al Centro Anti Violenza (CAV), 3 rispondono al numero nazionale 1522 (promosso dalla Presidenza del Consiglio e gestito da Telefono Rosa) e un’altra collabora nel ramo della progettistica.

In servizio al Centro Antiviolenza

L’intervento del Centro Anti Violenza (qui i contatti) ha inizio con la segnalazione da parte della donna, sia in modo diretto che attraverso i servizi territoriali quali Pronto Soccorso, Consultori e Servizi Sociali. Con il consenso dell’interessata le operatrici concordano un piano d’aiuto immediato. Annarita Antoniani, 29enne laureata in psicologia con master in criminologia, è originaria di Vallecorsa (comune di 2.500 anime in provincia di Frosinone) e vive a Roma da diversi anni. È attiva nel CAV, dove lavora 5 ore al giorno in 5 turni settimanali.

IN SERVIZIO CIVILE CON TELEFONO ROSA
Chiara Laudisa

Oltre a smistare le telefonate, alternandosi con la collega Chiara Laudisa, sta contribuendo a un’importante ricerca. «Un’indagine sul sito Istat per inserire i dati sulla violenza di genere pervenuti al CAV da gennaio 2020. Lo facciamo da casa, già dall’11 marzo dopo il primo Dpcm del 9 marzo», ci ha raccontato.

Le segnalazioni, purtroppo, non sono diminuite con la pandemia. Anzi, la convivenza forzata ha portato a un drammatico aumento di casi che, molto spesso, non vengono neppure denunciati. Le donne sono chiuse in casa tutto il giorno, sempre in compagnia dei mariti, e per loro diventa ancora più difficile comunicare. «All’inizio le telefonate erano diminuite», conferma Annarita. «A marzo il telefono squillava di meno. Da aprile le richieste di aiuto si sono intensificate, forse grazie alla pubblicità che passa spesso in tv. La settimana scorsa ne abbiamo ricevute più del solito, decisamente oltre la media».

Beatrice Spano

Secondo DiRe. Donne in rete contro la violenza i centri, tutti rimasti attivi durante la quarantena, hanno registrato un incremento delle richieste di supporto nel periodo compreso tra il 2 marzo e il 5 aprile del 74,5% rispetto all’ultima rilevazione statistica disponibile (2018).

In questa battaglia di libertà, cultura e consapevolezza i Centri Anti Violenza svolgono un ruolo essenziale: permettono alle donne di fare i conti con la realtà, di aprire gli occhi lì dove le botte e i soprusi li hanno chiusi. Il CAV è un passaggio essenziale, perché lì gli operatori cercano di fornire un quadro chiaro della situazione. «Lavoriamo sempre in rete, tramite le forze dell’ordine, i servizi sociali, le Asl, i Pronto Soccorso. Spieghiamo alle donne perché è importante farsi refertare, offriamo sostegno legale e psicologico mettendole in contatto con dei professionisti. Molte sottovalutano la violenza psicologica ed economica, pensano che un insulto si possa sopportare, che essere gestite completamente dall’uomo sia accettabile» spiega Annarita.

Dai social al telefono

Al numero nazionale 1522 rispondono anche tre ragazze impegnate nel servizio civile con Telefono Rosa: Federica De Marzi, Beatrice Spano e Laura Cefaloni.

IN SERVIZIO CIVILE CON TELEFONO ROSA
Federica De Marzi

La storia di Federica, 25 anni, è abbastanza emblematica e dimostra la capacità di un’associazione di re-inventarsi in un contesto che cambia. «Io sono laureata in Scienze della Comunicazione e prima ero in segreteria: mi occupavo spesso degli eventi, soprattutto sul piano organizzativo», è la sua testimonianza. «Davo una mano anche nella gestione dei social network. Da quando è cominciata l’emergenza sono passata al 1522. Non ho una formazione psicologica, così le operatrici specializzate mi hanno aiutato attraverso un training. Prima di rispondere al centralino vieni sottoposta ad almeno una settimana di apprendimento, devi studiare un manuale e si fanno delle chiamate di prova con dei tutor per imitare alcune situazioni che possono verificarsi. Io ho fatto tutto questo a distanza. È stato complesso, ma anche stimolante».

Federica e le altre ragazze si dividono su tre turni (9.00 – 14.00, 11.00 – 16.00 e 14.00 – 19.00) e in caso di dubbi possono rivolgersi alle colleghe più esperte.

Laura Cefaloni

Parlano del Telefono Rosa come di un ambiente collaborativo, dove non pesa quasi mai la divisione gerarchica dei ruoli. «Le volontarie fanno un po’ da zie, le altre operatrici hanno al massimo 40 anni e cercano di sostenerci, dandoci continuamente suggerimenti su come migliorare».

Anche qui, tantissime chiamate: «Nel primo giorno di servizio, fascia oraria 10-19, abbiamo superato i 250 contatti. Stando tanto tempo in casa, la donna si trova a fronteggiare più spesso una violenza che prima, causa lavoro di lui o di entrambi, era almeno diluita nel tempo. La convivenza forzata alimenta un nervosismo latente del maltrattante».

Il progetto della Regione

Per questi motivi la Regione Lazio ha presentato un piano d’interventi dedicato alle donne nell’ambito del progetto “La Regione vicina”.

Miria De Legge

È previsto un contributo fino a 5 mila euro per le donne in uscita dalle case rifugio e per quelle prese in carico dai Centri Anti Violenza. Il bonus è destinato al pagamento di una caparra per la casa, al mobilio essenziale, alle utenze e alle spese sanitarie urgenti, ma anche per l’acquisto di generi alimentari o supporti informatici per la didattica a distanza dei figli.

Inoltre, l’Ater (Azienda Territoriale per l’Edilizia Residenziale) mette a disposizione alloggi per le vittime di abusi e per i loro bambini.

Ne abbiamo parlato anche in questo articolo.

 

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