GLOBAL SUMUD FLOTILLA: «SIAMO STATI SCOMODI, LA NOSTRA MISSIONE È RIUSCITA»

Giulio Bonistalli era su una delle barche nella seconda missione della Flotilla e ci ha raccontato la sua esperienza. Che cosa è successo in quei giorni in Grecia? E qual è il futuro della Flotilla?

di Maurizio Ermisino

4 MINUTI di lettura

ASCOLTA L'ARTICOLO

«Noi mettiamo i nostri corpi e i nostri passaporti “forti” a disposizione per riaccendere la luce sulla Palestina. Quello che accade a Gaza è emblematico. Perché se si lascia passare la guerra, se si tollera un genocidio, le condizioni del mondo possono solo peggiorare». Se qualcuno avesse ancora bisogno di capire il senso della missione della Global Sumud Flotilla, la può trovare racchiusa in queste parole. Sono di Giulio Bonistalli, che viene dal Centro Sociale Astra del Tufello, a Roma, e ha partecipato alla seconda missione della Flotilla. Era fra gli attivisti salpati nella prima parte della flotta, partita il 26 aprile da Augusta e abbordata nella notte del 29 aprile, il cui equipaggio è stato scaricato in Grecia, non senza detenzione e maltrattamenti. La seconda parte, salpata in seguito, è quella che è stata vittima dei soprusi finiti nel noto video del ministro Ben Gvir. «Sono partito perché ritenevamo giusto partire, perché pensavamo che, in questo momento di stallo dei governi, quella della Flotilla fosse un’iniziativa estremamente significativa».

In ginocchio, con la faccia a terra e le mani sopra la testa

«Nella flotta, tra l’equipaggio, c’era un grande spirito internazionalista, pieno di energia, forte anche del sostegno dalla gente che è venuta al porto a salutarci, e si viveva una bella atmosfera di partecipazione, con le bandiere della Palestina che sventolavano» ricorda Giulio. «Gli attivisti sono arrivati da tutto il mondo, anche dall’Australia e dalla Nuova Zelanda. Il numero delle barche e dei partecipanti è raddoppiato rispetto a quello dell’ottobre scorso». Dalla partenza, però, la prima parte della Flotilla ha fatto pochi giorni di viaggio. «È un mare super vigilato» racconta Bonistalli. «Ci sono i droni che controllano le rotte dei migranti. Abbiamo toccato con mano gli scambi commerciali con Israele, abbiamo visto le navi cargo fare avanti e indietro tra Israele e l’Europa». «Il nostro intercetto è avvenuto di notte» continua «volevano fiaccare la Flotilla. Sono state sequestrate circa 20 navi e rapite 175 persone. All’inizio pensavamo che ad abbordarci fosse la guardia costiera greca, poi abbiamo capito che si trattava di Israele». Se per la prima Flotilla ci fu un evidente rapimento in acque internazionali, qui il blocco è avvenuto addirittura prima. «Quando abbiamo visto un gommone arrivare vicino alla nostra barca abbiamo iniziato subito la procedura, indossato i giubbotti di salvataggio, alzato le mani. La prima cosa che abbiamo visto sono stati i fucili puntati. Nel momento in cui sono saliti ci hanno ammanettato e portato sul ponte e da lì sono iniziate le prime minacce: c’era chi scarrellava le armi, ci hanno sequestrato passaporti e medicinali che ci è stato detto sarebbero serviti per la nostra detenzione, ma che non ci sono mai stati restituiti. A molti di noi sono stati tolti vestiti, felpe e giacche, per tenerci al freddo. In questa nave-carcere siamo stati diverso tempo in ginocchio, con la faccia a terra e le mani sopra la testa. Sono iniziate le prime piccole violenze: nessuno è stato picchiato all’inizio, ma durante e dopo la detenzione, che è durata 36 ore, sì.  L’unico comfort erano dei materassini inzuppati d’acqua: abbiamo dovuto aspettare che fosse giorno per farli asciugare e quindi riposare. Nonostante le nostre proteste, alcune persone sono state portate subito in isolamento. Ci hanno dato solo dell’acqua e dei panini malconci in una busta dell’immondizia».

Le granate, le botte, i colpi

Una delle tattiche per fare crollare le persone in carcere è la privazione del sonno. «Durante la notte venivano a bussare e ci svegliavano» racconta Giulio. «Siamo stati umiliati e derisi. Spesso e volentieri entravano con la scusa che ci dovevano contare. Ci facevano mettere in fila, ci contavano, e poi ci rimettevano in posizione di sofferenza. Erano tutte cose inutili, solo per farci perdere la pazienza, farci litigare tra di noi. Ci hanno detto che saremmo rimasti incarcerati per mesi, ci hanno minacciato di morte. Lo spazio interno non permetteva a tutti di sdraiarsi, ma siamo riusciti a dormire, per modo di dire, stipati come sardine e ci siamo scaldati con il calore umano». Chi era sulla nave credeva che la rotta fosse Israele. Invece la nave è tornata indietro e i membri dell’equipaggio sono stati fatti scendere in Grecia. Ed è qui che ci sono stati i momenti di violenza maggiore. «Non sapevamo di essere in Grecia, ma solo che venivamo spostati, era un continuo gioco psicologico. A un certo punto, sempre sulla nave, i militari sono entrati dove stavamo con granate stordenti, picchiando quelli delle prime file e sparando colpi che non sapevamo se fossero veri o no. Poi abbiamo capito che erano di gomma, ma comunque, sparati da distanza ravvicinata, fanno grandi lividi». Alla fine li hanno sbarcati in un porto greco isolato, dimenticato da tutti. «Siamo stati lì a lungo per controllare i passaporti» chiarisce Giulio. «Ma c’era la necessità di andare in ospedale, nasi rotti e costole rotte, anche un braccio rotto, e traumi cranici importanti. Io sono stato uno dei fortunati che non le ha prese. Ma sono stato uno di quelli a cui sono stati presi i medicinali».

Supportarsi l’uno con l’altro

Come si sopravvive tra dolore fisico, paura, per l’immediato e per l’ignoto? E cosa rimane, al di là della consapevolezza del fatto di aver fatto la cosa giusta? «Abbiamo fatto un grande lavoro di training sia prima che dopo» ci spiega ancora. «Durante la prigionia eravamo preparati, sapevamo che ci saremmo dovuti supportare l’uno con l’altro, perciò non ci sono stati momenti di crisi nonostante le paure fossero molte: non sapevamo quanto saremmo rimasti lì, se la destinazione fosse stata Israele saremmo dovuti restare cinque giorni su quella nave cargo. Ci hanno fatto fare i passaggi da un posto all’altro tenendoci la testa giù, con le mani legate dietro la schiena. La percezione di quanto tempo fosse passato e cosa succedesse era poca».

Siamo stati trattati come i palestinesi

La prima missione della Flotilla aveva smosso di più le piazze. La seconda ha toccato di più i governi, dopo il video del ministro Ben Gvir. «Viste le immagini che sono uscite, tutti i governi si sono dovuti esprimere, hanno dovuto fare dichiarazioni seppure balbettanti» commenta Giulio. «Un governo che fino a un attimo prima esprime complicità e pone un veto sulle risoluzioni europee, a un certo punto si trova a condannare la persona cattiva, Ben Gvir, quando sappiamo che è l’espressione del governo israeliano. Noi siamo stati trattati come i palestinesi, che non sanno il motivo per cui finiscono in cercare e vengono accusati senza prove».

Ancora una volta una missione scomoda

Resta la convinzione di aver smosso qualcosa, ancora una volta. «Avevamo la consapevolezza che, se avevamo ricevuto quel trattamento, era perché eravamo stati scomodi, quindi eravamo riusciti nell’intento» spiega Bonistalli. «Se siamo scesi in Grecia evidentemente vuol dire che c’è stato un accordo tra Grecia e Israele, o UE e Israele, e questo già pone un primo elemento di responsabilità all’UE. Siamo stati catturati in acque internazionali, su barche che battevano bandiera italiana, vuol dire che è come se ti rapissero a casa. È gravissimo. E da quando sono tornato c’è tanta gente che mi dice di voler partire».

La Flotilla ha un futuro

Ma quale sarà il futuro della Flotilla? «Sicuramente ragioneremo su come organizzare un’altra iniziativa: la Flotilla serve a fare luce sulla Palestina» conclude Giulio. «Ma liberare la Palestina vuol dire liberare anche noi tutti, e mettere in moto dei meccanismi che permettano una vita più dignitosa ai palestinesi probabilmente migliorerà anche la nostra. Ci saranno altre missioni come la Flotilla, che servono a dare risonanza mediatica, ma intanto si continua a lavorare tutti i giorni per far sì che la complicità con uno Stato genocida si interrompa. Far valere le leggi che esistono, riportare indietro i confini di Israele, riconoscere la Palestina come Stato, aprire un corridoio umanitario: di cose se ne potrebbero fare tante. Gli attivisti stanno facendo di più dei governi europei».

 

 

GLOBAL SUMUD FLOTILLA: «SIAMO STATI SCOMODI, LA NOSTRA MISSIONE È RIUSCITA»

GLOBAL SUMUD FLOTILLA: «SIAMO STATI SCOMODI, LA NOSTRA MISSIONE È RIUSCITA»