NESSUNO CREDE PIÙ CHE I FATTI ESISTONO. E COSÌ L’INFORMAZIONE MUORE

La verità non interessa più nessuno: cittadini, politici e professionisti. Eppure, secondo Paolo Pagliaro si può tornare all'informazione di qualità.

di Paola Springhetti

C’è un’epidemia che attraversa il mondo dei media, ed è mortale per la verità. Partendo da questa constatazione, Paolo Pagliaro, nel suo libro Fermiamo il declino dell’informazione (ed. Il Mulino 2017), analizza il cambiamento che c’è stato, da quando dicevamo “l’ha detto la maestra” ad oggi, quando diciamo “l’ha detto la rete”. Un cambiamento epocale, segnato dal declino della verità, ormai ridotta ad un concetto astratto attorno al quale nessuno più desidera perdere tempo.

declino dell'informazioneLA DISILLUSIONE. Il declino della verità, ricorda Pagliaro, inizia ad essere riconosciuto nel 2006, quando la rivista Time decide che il personaggio di copertina è “You”, cioé “tu”. Significa che «noi cittadini del nuovo millennio ci siamo distinti dai nostri predecessori per aver saputo prendere in mano le redini dell’informazione globale, per aver fondato e nutrito la democrazia digitale e per aver fatto tutto questo lavoro completamente gratis, “sostituendoci ai migliori professionisti”».

È stata un’illusione. Il web, e soprattutto i social network, hanno messo in mano ai cittadini un potere enorme: quello di prendere la parola pubblicamente. Cosa che fanno spesso e volentieri, ma senza una vera consapevolezza di quello che l’uso di strumenti così potenti implica. Così la comunicazione – e soprattutto l’informazione – invece di migliorare, è peggiorata.

I PROFESSIONISTI. Il declino dell’informazione nasce dalla lenta uccisIone della verità. Ne sono stati complici i professionisti, in crisi di identità, in perenne concorrenza con il narcisismo dei blogger, sempre a rincorrere l’ultimo tweet del politico, costretti a lavorare con tempistiche che non permettono di fare verifiche, schiavi di criteri di notiziabilità che premiano la demagogia e dell’autoreferenzialità del sistema dei media (grazie al quale per tre giorni tutti discutono di un post o di un’affermazione esternata in un salotto televisivo).

E soprattutto responsabili di diffondere narrazioni che non corrispondono a verità (basti pensare al tema dei migranti o a quello della sicurezza) e quindi complici nella sostituzione della emozioni ai fatti.

I CITTADINI. Sono stati complici del declino dell’informazione i cittadini, disposti a credere più alle bufale che ai fatti, rancorosi nel commentare, pronti a credere a qualunque teoria della cospirazioni (che altro non sono se non le nuove superstizioni) e a farsi strumentalizzare dagli abili propagandisti al soldo di questo e di quello.

Cittadini intrappolati nello slogan “uno vale uno”, affermazione che nega il valore delle competenze, della rappresentatività, dell’autorevolezza. E incapaci – anche i giovani – di distinguere un contenuto sponsorizzato da quello che non lo sono.

I POLITICI. Ne sono stati complici i politici: molti dei quali le bugie le hanno sempre dette, ma cercando di non farsi scoprire.  E comunque ora usano il consenso per affermare che le bugie sono verità.  Complici, anche loro, e responsabili dell’abbandono della ragione per sostituirla con la pancia, della progettualità per sostituirla con il rancore. Basti pensare a quel 26 novembre 2016, quando Beppe Grillo ha invitato gli italiani a “votare con la pancia”.

Pagliaro cita PolitiFact, uno dei portali di fact checking (cioè di verifica di quanto le affermazioni dei personaggi pubblici e dei media corrispondano a fatti reali), che ha attribuito a Trump, durante la campagna elettorale, l’1% di affermazioni vere, il 7% di prevalentemente vere, il 14% di mezze falsità, il 17% di dichiarazioni per lo più false, il 41% di affermazioni false, e ben un 20% di pants on fire (bugie inverosimili, senza alcuna attinenza alla realtà). Cita anche i dati di Buzzsumo, secondo i quali negli ultimi tre mesi di campagna presidenziale, per le notizie false ci sono stati, in rete, 8,7 milioni di engagement (condivisioni, reazioni, commenti), mentre le notizie vere ne hanno raccolti solo 7,3 milioni.

LA VIA D’USCITA. Secondo Pagliaro, l’unico modo per fermare il declino dell’informazione è tornare alla qualità. Quella che ricostruisce i fatti, che propone analisi rigorose, che è in grado di riconquistare la credibilità perduta.

declino dell'informazione
Il giornalista Paolo Pagliaro

Un’informazione così costa, ma può essere anche un investimento redditizio, e Pagliaro  cita alcuni esempi positivi.

Più difficile sembra imboccare la strada della regolamentazione sul piano tecnico o su quello legislativo, per prevenire le bufale, l’hate specch, la disinformazione: su questo piano si corre perennemente il rischio di imboccare le strade della censura..

Un’informazione di qualità, invece, può restituire all’informazione il ruolo che deve avere nelle società democratiche. Il dubbio che resta è se la sua sola esistenza potrà riabituare i cittadini a credere che esistono anche i fatti, non solo le emozioni. Credere al verosimile che ci si propone (e la maggior parte delle bufale lo sono) è più facile che credere in una verità che bisogna faticosamente cercare.

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declino dell'informazionePaolo Pagliaro
Punto. Fermiamo il declino dell’informazione
Il Mulino 2017
pp. 128, € 12,00

NESSUNO CREDE PIÙ CHE I FATTI ESISTONO. E COSÌ L’INFORMAZIONE MUORE

NESSUNO CREDE PIÙ CHE I FATTI ESISTONO. E COSÌ L’INFORMAZIONE MUORE