IL RUOLO DEL VOLONTARIATO NEL RICOSTRUIRE LE COMUNITÀ, DOPO IL COVID

Usciremo dalla pandemia devastati, o rafforzati? Se la strada è la seconda, non si può percorrere senza valorizzare il volontariato. Anche attraverso la coprogettazione

di Paola Capoleva

Nei mesi della pandemia ci siamo interrogati, abbiamo osservato, provato a riflettere da soli o confrontandoci in gruppo, abbiamo agito e chiesto ad altri di sostenerci e soprattutto in tanti abbiamo ribadito che da soli non avremmo potuto farcela. Abbiamo compreso che affrontare la ripresa dopo il “trauma” è un compito delicato, ma necessario; pieno di incognite, ma come ci indica anche Massimo Recalcati, psicoanalista: «ripensare il trauma non è la premessa alla ripartenza, è la ripartenza stessa». I cittadini, le organizzazioni di volontariato, gli enti di Terzo settore, le società private e gli enti pubblici hanno affrontato e stanno affrontando dunque una grande sfida e, al tempo stesso, in tanti abbiamo compreso che, se correttamente orientata, questa nuova stagione del recovery fund potrà rigenerare i nostri tessuti sociali, riequilibrare tante diseguaglianze e ridare slancio al nostro Paese.

Il ruolo del volontariato

Per questo, dopo la prima fase di emergenza – dove i volontari sono scesi in campo con mille iniziative improntate ad un civismo diffuso, spontaneo, di vicinato e con la forza organizzativa di chi, come tante associazioni, sa che può riprogrammare la propria azione distribuendo mascherine, farmaci, cibo o semplicemente ascoltando al telefono chi da solo affrontava la quarantena – ora è arrivato il momento di ripensare, riprogettare, pro-porre un nuovo modo di fare comunità. Per questo tanti CSV (Centri di servizio per il volontariato), dopo una prima fase di riorganizzazione dello loro attività, hanno avviato un percorso di confronto tra loro, con il sostegno di CSVnet, ed hanno anche predisposto seminari e incontri che permettessero ai soci,  ai volontari, agli studiosi di riflettere su nuovi orizzonti di senso. Molte sono le domande che in questi mesi sono emerse – anche negli incontri che nel Lazio abbiamo chiamato “Futuro prossimo” –, ad esempio quale nuovo rapporto con la pubblica amministrazione, quale impegno nella costruzione di reti di sviluppo locale, quali passaggi generazionali dovranno avvenire.

Tutto questo, consci che non si possa pensare ad una ricostruzione del Paese senza il pensiero, la proposta, la dimensione politica espressa dal volontariato. Dimensioni ben presenti nella “Carta dei valori del volontariato” che nel 2021 compirà vent’anni e che al punto 9 dei suoi principi fondanti ribadisce come il volontariato «partecipa attivamente ai processi della vita sociale favorendo la crescita del sistema democratico; soprattutto con le sue organizzazioni sollecita la conoscenza ed il rispetto dei diritti, rileva i bisogni e i fattori di degrado ed emarginazione, propone idee e progetti…».

Una nuova generazione di volontari

Il volontariato europeo, come quello italiano, è stato ricettivo sui pericoli dell’epidemia e sulla necessità di mobilitarsi e, come ha raccontato Tommaso Vitale, docente di sociologia a Sciences Po di Parigi in un incontro con i volontari del Lazio (ne abbiamo parlato qui), si sono moltiplicate le iniziative promosse anche da giovani volontari “occasionali”, che non si occupavano necessariamente di salute o di emergenze ma, come in Francia, si collocavano su un livello più spontaneo, magari episodico, ma certamente connotato da una spinta partecipativa aiutando «almeno una volta persone non collegate a loro da legami di parentela».

 

ruolo del volontariato
Volontari di Portici Aperti

La prima sfida che dobbiamo raccogliere è dunque quella che ci arriva da una nuova generazione di volontari, le cui energie non devono essere disperse o immiserite nel loro slancio etico, devono essere invece valorizzate, poste al centro della ricostruzione di una comunità solidale, educante, generativa. Ripartire dalle nuove generazioni che “desiderano esserci” e che amano la libertà come espressione di partecipa-zione, di presenza, deve essere il filo conduttore di una nuova Europa più coesa e solidale, con meno muri e capace di sostenersi non solo nell’emergenza, ma soprattutto in una nuova visione di comunità più equa, più unita.

Il volontariato e le istituzioni

Una seconda sfida che è emersa in questo periodo è sicuramente quella della reimpostazione e ridefinizione dei rapporti fra il volontariato e le istituzioni pubbliche, a partire da quelle locali. Non è più accettabile che i volontari siano chiamati solo in caso di necessità e poi si ignori il loro valore nel definire le politiche territoriali di inclusione e sviluppo, al massimo limitandosi a riconoscimenti formali e non sostanziali, come è purtroppo spesso accaduto. I volontari non sono i “barellieri” della storia né le associazioni sono le “stampelle” della pubblica amministrazione e ciò va riaffermato ancora con forza nonostante siano trascorsi vent’anni dalla legge 328.

È necessario ridare vigore alle forme di confronto, alle arene civiche, alle forme di collaborazione che vedono nella coprogettazione e nella cogestione formidabili strumenti di risposta ai nuovi bisogni. La normativa ci fornisce oggi nuove opportunità non solo con l’articolo 19 del Codice del Terzo settore “Promozione della cultura del volontariato”, ma anche con l’articolo 55 (Coinvolgimento degli enti del Terzo settore) e con la più recente sentenza della Corte Costituzionale, la numero 131 di giugno di questo anno (sulla collaborazione tra enti di Terzo settore ed enti pubblici nella coprogrammazione e coprogettazione di interventi sociali sul territorio) che rilanciano il dialogo con la pubblica amministrazione affinché si possano imbastire azioni collettive. Questo è necessario non solo per realizzare uno sviluppo locale attento alle specificità del territorio, ma soprattutto per evitare che i finanziamenti, che arriveranno, non vengano vanamente impiegati in opere inutili o peggio ancora diventino preda di affaristi senza scrupoli o siano risucchiati dentro sistemi mafiosi.

Un welfare di prossimità

Abbiamo bisogno di vigilare sui territori, abbiamo la necessità che le scelte che saranno fatte non accentuino le diseguaglianze e le discriminazioni. Diseguaglianze in aumento non solo in termini economici tra chi ha un lavoro e chi lo ha perso, ma anche tra chi accede ai sistemi informatici e chi invece non può e così perde ore di lezione. Diseguaglianze culturali, educative e tecnologiche che rischiano di creare solchi sempre più profondi e avviare percorsi di marginalità. Ma non servono solo investimenti finalizzati a ridurre il divario nei sistemi educativi, o nei sistemi sanitari, servono nuove forme di collaborazione.

 

ruolo del volontariato
Un volontario nel magazzino del Banco Alimentare del lazio

Lo hanno ben compreso le grandi reti associative, che in questi mesi sono riuscite a fare raccolte di viveri, farmaci e mascherine, ma lo hanno anche ben chiaro le tante piccole associazioni, che nei cento borghi d’Italia hanno reso possibile la consegna a domicilio di beni di prima necessità a tanti anziani soli a casa. Un nuovo “welfare comunitario prossimale” si può costruire, un welfare fatto di “ascolto” e di presenza diffusa, perché la distanza fisica che oggi pervade le nostre vite non diventi una barriera sociale.

Percorsi da fare insieme

Ma i volontari, le associazioni, non sono solo cittadini responsabili: sono anche le sentinelle di un territorio, sono gli attori di forme di civismo e di democrazia e per questo vanno riconosciuti come un valore aggiunto di una comunità.

Ripartiamo da una formazione congiunta con gli operatori e i funzionari pubblici, apriamo laboratori di coprogrammazione e coprogettazione, condividiamo buone prassi, ma soprattutto ricostruiamo reti nelle comunità, legami istituzionali e di collaborazione. I volontari si sono mobilitati, ma si sono anche formati. Nei primi mesi dell’anno, come CSV Lazio, abbiamo potuto fare decine di incontri formativi da remoto, raggiungendo oltre duemila presenze, e la stessa esperienza hanno fatto altri CSV. Questo a testimoniare come il desiderio di impegno e partecipazione si sia fuso al senso di responsabilità, perché ogni volontario era ben conscio, che per ben operare doveva ben comprendere le regole minime di sicurezza. Per questo il ruolo dei CSV è stato da un lato quello di ascoltare i bisogni che le associazioni esprimevano e dall’altro cercare di organizzare al meglio sistemi di comunicazione efficaci.

Riflettere ed orientare, non solo fornire informazioni. Di questo ora più che mai si sente il bisogno, perché si è ben compreso che dalla partita della pandemia nessuno uscirà da solo. Ed allora una terza sfida è quella di rilanciare la capacità delle associazioni di far cresce-re reti fiduciarie nelle comunità. La pandemia potrà lasciare profondi segni sociali, esacerbando conflitti e divisioni, oppure potrà rilanciare la coesione e la solidarietà. Che direzione potrà prendere la crisi che si è generata dipenderà da tutti, anche da noi.

Abbiamo sempre più necessità di connessione, e non mi riferisco a quella digitale, ma a quella che fa battere più forte i cuori e che accende le menti. Connettere visioni, collegare obiettivi, condividere strategie, costruire reti, che sappiano tenere saldo il legame sociale delle comunità. Abbiamo molta strada da fare ed anche abilità da imparare, per tenere insieme le relazioni, per valorizzare le competenze di ognuno, e su questo piano la sfida va raccolta da tutti, associazioni, Terzo settore, pubblica amministrazione e mondo della politica.

Questo testo è l’editoriale del nuovo numero di VDossier, intitolato “Il futuro nel presente”. Si può scaricare qui

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