IMMIGRAZIONE, UN’EUROPA CHE ALZA MURI INVECE DI COSTRUIRE PONTI

Il Patto su Migrazione e Asilo, il Regolamento Rimpatri, due strade che, insieme, tratteggiano la visione di un continente che respinge anziché accogliere, che alza muri invece che costruire ponti. Eleonora Celoria, ASGI: «L’esternalizzazione è un tema dominante nella nuova visione sulla gestione dei flussi migratori. Dal Patto al Regolamento, la prospettiva è comune: costruire un modello in cui il richiedente asilo può essere spedito in un paese terzo, definito “sicuro” in modo arbitrario e solo sulla base di accordi tra stati, come fosse un pacco, delegando così il rimpatrio senza più avere il controllo sulle procedure o sulla salvaguardia dei diritti»

di Giorgio Marota

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Il nuovo Patto Migrazione e Asilo da una parte, il Regolamento Rimpatri dall’altra. L’Europa ha preso una direzione chiara sull’immigrazione: da tempo è orientata non solo al superamento del modello Dublino, quello che ha sempre determinato come lo Stato membro competente per esaminare la domanda di asilo fosse quello d’ingresso, ma anche all’inasprimento delle direttive e alla maggiore facilità di espulsione delle persone. Il documento nato per una gestione condivisa dell’immigrazione (il Patto) e il sistema di norme volto a facilitare i rimpatri (il Regolamento) sembrano soltanto all’apparenza due strade parallele. E invece, in qualche modo s’intersecano e si arricchiscono vicendevolmente di significati politici: messe insieme, tratteggiano la visione di un continente che respinge anziché accogliere, che alza muri invece che costruire ponti di dialogo. «L’esternalizzazione è un tema dominante in questa nuova visione sulla gestione dei flussi migratori», ci ha spiegato Eleonora Celoria di ASGI, l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione. Questa logica si è rafforzata molto negli ultimi due anni. «Dal patto al regolamento rimpatri, la prospettiva è comune: costruire un modello in cui il richiedente asilo può essere spedito in un paese terzo, definito “sicuro” in modo arbitrario e solo sulla base di accordi tra stati, come fosse un pacco, delegando così il rimpatrio senza più avere il controllo sulle procedure o sulla salvaguardia dei diritti».

Patto Migrazione e Asilo: il sistema di accoglienza continua a perdere pezzi

Il nuovo Patto Migrazione e Asilo, già adottato formalmente due anni fa dall’Europa, è in corso di attuazione nei vari paesi membri, tra cui l’Italia. L’obiettivo, spiegano da Bruxelles, “è fornire una risposta strutturata e condivisa alle sfide migratorie, rafforzando la gestione delle frontiere esterne, tutelando i diritti delle persone e assicurando solidarietà tra gli Stati membri”. Nel patto si parla di “solidarietà obbligatoria”, espressione che per certi versi stona con il senso stesso del principio etico secondo cui dare sostegno a chi ne ha bisogno sia un’azione consapevole e spontanea. Vengono infatti introdotte delle procedure rapide e un controllo più rigido alle frontiere. Gli accertamenti rigorosi all’ingresso, la creazione di una banca dati per identificare rapidamente chi arriva, l’insistenza sul concetto di rimpatrio e una serie di “protocolli di crisi” (così li hanno chiamati, sempre per inquadrare l’immigrazione sotto la lente emergenziale) per sbrigare le pratiche burocratiche sono i pilastri del documento. Chi lo contesta, ne denuncia l’approccio securitario e, appunto, la tendenza a esternalizzare sempre di più le frontiere, privilegiando pratiche di detenzione come avviene nei CPR italiani, sui quali è in corso una battaglia per la loro chiusura da parte della società civile mentre lo Stato continua a investirci. Nel piano non v’è traccia, o quasi, dei percorsi di protezione, quelli necessari alla messa in sicurezza dei migranti e alla loro successiva piena integrazione. Il sistema di accoglienza, già fragile, continua a perdere pezzi.

Regolamento Rimpatri, Celoria (ASGI): «Nel tempo la detenzione è diventata una misura strutturale. Oggi viene promossa come strumento propedeutico al rimpatrio»

È l’approccio che per certi versi ha portato il Parlamento Europeo ad adottare il nuovo Regolamento Rimpatri, quello che consentirebbe ai Paesi di espellere le persone anche in Stati in cui non hanno mai messo piede o avuto connessioni familiari. È sufficiente che vi siano degli accordi bilaterali per giustificare le partenze, mentre le detenzioni possono arrivare anche fino a due anni (12 mesi rinnovabili per altri 12). Il pacchetto di misure è passato il 26 marzo con 389 favorevoli, 206 contrari e 32 astensioni, dando l’avvio ai negoziati con l’organo rappresentativo dei governi. Prima del voto, venti organizzazioni della società civile si erano rivolte al Parlamento denunciando gravi rischi per i minori soli e per le famiglie con bambini: “Due minori su tre coinvolti in procedure di rimpatrio – si legge nell’appello – restano già oggi nell’UE per anni, senza status giuridico né accesso ai servizi. Questa normativa rischierebbe di allargare quel limbo, non di risolverlo”. Per l’organizzazione Medici del Mondo la decisione “contribuirà all’esclusione dalle cure di migliaia di persone e romperà un pilastro della deontologia medica, la confidenzialità con il paziente”. Secondo la premier Meloni, invece, «l’Europa sta andando nella direzione giusta». I dati Eurostat del 2023, nel frattempo, raccontano di come su 484mila ordini di rimpatrio emessi siano stati eseguiti solo 111mila, quindi meno di uno su quattro. Con la direttiva rimpatri del 2008, quella che alcuni consideravano “della vergogna” e che il nuovo regolamento tende a inasprire, i giudici stabilivano come le persone potessero essere trattenute solo in caso in cui ci fossero reali prospettive di rimpatrio. Questa garanzia finirà per allentarsi sempre di più. Conterà far uscire la persona dallo stato in cui non la vogliono, non importa dove. Esternalizzare completamente la gestione del rimpatrio di un migrante significa anche non avere più il controllo sulle procedure di espulsione, con tutti i rischi connessi (in termini di diritti) sulla destinazione che sceglierà il paese terzo. Nel frattempo è già passato, in Italia come nel resto d’Europa, il concetto che si può essere trattenuti a lungo per una violazione amministrativa come l’assenza di regolari documenti. «Nel 1998, quando è stato introdotto il sistema di detenzione amministrativa, questa poteva durare al massimo un mese perché era vista come una misura grave. Progressivamente, con ogni governo, soprattutto quelli di centro-destra, la detenzione è diventata una misura strutturale. Pensate, fino al 2015 anche nei documenti di policy dell’Unione si parlava di extrema ratio, mentre oggi viene promossa la detenzione come strumento propedeutico al rimpatrio», ha concluso Celoria.

Il Piano di attuazione nazionale: il TAR del Lazio riconosce il diritto d’accesso civico 

Tornando al piano d’attuazione del patto europeo del 2024, diversi pezzi di società civile italiana hanno già denunciato l’assenza di quel percorso partecipato dal basso che la Commissione Ue richiedeva agli stati membri. A inizio marzo il TAR del Lazio ha così annullato il diniego del Viminale all’ostensione del piano, riconoscendo il diritto d’accesso civico generalizzato ai documenti. Soltanto l’Italia e la Grecia – a differenza di Germania, Olanda, Austria, Spagna e Svezia – si erano rifiutate di procedere in tal senso, motivando questa scelta con ragioni di sicurezza pubblica.

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