LA DEMOGRAFIA CAMBIA LA SOCIETÀ

In un incontro Adnkronos la fotografia di una demografia italiana figlia di un combinato disposto tra fattori strutturali, economici, lavorativi e sociali. In cui la questione sembra non essere più convincere o incentivare ad avere dei figli, ma costruire ecosistemi favorevoli alla libera scelta di farlo.

di Giorgio Marota

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Correva l’anno 2225, nasceva l’ultimo italiano. Se questo fosse l’incipit di un romanzo post-apocalittico, racconterebbe uno scenario in cui la riduzione progressiva del tasso di natalità ha cambiato in modo irreversibile questo Paese. Un Paese dove fare figli è già diventato un lusso, in cui il welfare non avanza di pari passo all’inflazione e alle spese vive e in cui le misure politiche si trasformano spesso in palliativi che però non scavano mai nella profondità dei problemi. Di tutto questo si è parlato giovedì nella sede dell’Adnkronos, a Roma, durante “La demografia cambia la società”, un evento utile a inquadrare il fenomeno nelle sue varie dinamiche, attraverso il contributo di esponenti del governo, delle imprese e della società civile.

Peggiora la percezione del futuro

«Trent’anni fa c’erano più donne in età fertile e avevamo circa 500mila nati l’anno, adesso invece ne abbiamo circa 300mila. A questo non si può rimediare immediatamente, ma abbiamo cominciato con i provvedimenti di sostegno alla famiglia e alla natalità», ha spiegato Eugenia Maria Roccella, ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità. Per contrastare l’inverno demografico si fa spesso riferimento ai bonus e agli assegni unici, delle coperte che scaldano ma soltanto in una prima fase. E poi? Come è stato ricordato anche da diversi esponenti politici, nella storia si sono fatti figli anche in condizioni peggiori di questa.

Dei 300 mila nuovi nati l’anno, appena un terzo nasce nel Mezzogiorno. A fronte dei nuovi ingressi in società, come ha ricordato il direttore dell’Adn, Desario, ci sono poi 350mila giovani che fanno le valigie e partono. Sono i cosiddetti cervelli in fuga formati nelle nostre università, sui quali lo Stato ha investito. Il 73% degli intervistati in una ricerca dell’agenzia sostiene, nonostante le grandi conquiste recenti sulla longevità, che l’invecchiamento della popolazione sia un problema. Alla domanda “rispetto a oggi, come sarà la tua condizione tra vent’anni?” addirittura 8 persone su 10 hanno risposto “peggiore”. Un anno fa questa soglia era del 76%: peggiora gradualmente, insomma, la percezione del domani. E la pensione? Il 38% del campione si è detto certo che non la avrà e quasi una persona su due teme non basterà.

Non solo il welfare che resta indietro

Da un’analisi compiuta da Mimesi su 78mila post e oltre 354mila interazioni sui social emergono poi altre linee interpretative. Il frame dominante degli italiani resta quello del “non possiamo permetterci di avere dei figli”. Il caro bollette, gli affitti alle stelle, gli stipendi fermi, i costi vivi e, più in generale, una sensazione diffusa di precarietà non soltanto lavorativa, trascinando il 15,6% degli utenti in questa sorta di frustrazione personale che collega la crisi economica a quella strutturale della denatalità. C’è anche un filone, decisamente meno dominante, che riguarda le discussioni tecniche su Inps, previdenza e sostenibilità: qualcuno ad esempio si chiede chi pagherà le pensioni del futuro quando l’età anziana arriverà. Dalla rilevazione emerge come i toni si accendano soprattutto sul supporto concreto alle madri lavoratrici. “Incentivano le donne a lavorare, ma al tempo stesso le incentivano anche ad avere figli. Peccato che poi manchino le condizioni concrete. Una babysitter costa mediamente 10/12 euro l’ora: in certi casi si finisce quasi per lavorare solo per pagarla”, è uno dei commenti mostrati da Gianfranco Bozzetti. Altri ancora inquadrano la scelta di non avere figli nella prospettiva di un diritto individuale: in questo caso il nucleo narrativo è il conflitto tra l’autonomia individuale e la responsabilità collettiva. “Sarei un pessimo genitore perché sono una persona egoista nel voler vivere appieno la mia vita” scrive un utente. “Avere figli lo considero un ostacolo al mio sviluppo personale”, aggiunge un altro. C’è infine chi legge il tema dei cambiamenti demografici attraverso la lente dell’immigrazione: per alcuni compensa, per altri è una minaccia se non addirittura una scusa per non investire sulla natalità autoctona. L’incertezza – cambiamenti climatici, intelligenza artificiale e guerre – completa il quadro. “Perché mettere al mondo figli in questo scenario?”, è la domanda che si pone un numero sempre maggiore di cittadini.

Cecilia Tomassini (Age-it): «Si può nascere di più senza smettere di invecchiare meglio»

«La longevità è una conquista e quella demografica è una sfida» secondo Cecilia Tomassini di Age-it e dell’Università del Molise. «Le due cose non possono essere messe a contrasto, perché si può nascere di più senza smettere di invecchiare meglio», ha aggiunto, «dopotutto i nuovi anziani sono diversi da quelli di 50 anni fa. Intanto sono più istruiti. Poi si dedicano al volontariato, hanno competenze digitali, fanno maggiore prevenzione e godono di una salute migliore». Per Rino Agostiniani, presidente della Società Italiana di Pediatria, «agli incentivi di tipo economico andrebbero affiancati sempre più servizi per la prima infanzia, come avviene nel modello scandinavo. Oggi abbiamo meno bambini, ma anche generalmente più fragili e più esposti a tanti rischi, penso ad esempio a quello del digitale che ha ripercussioni sullo sviluppo del linguaggio». «Dal 2008 abbiamo perso 2 milioni di bambini per il calo demografico», l’allarme di Massimo Agosti, presidente della Società Italiana di Neonatologia. «Ma quello su cui noi medici dobbiamo concentrare gli sforzi è che meno ne nascono, più sono preziosi»

Secondo l’Istat, nell’ultimo anno in Italia sono nati 370mila bambini, circa 10mila in meno rispetto ai dodici mesi precedenti (-2,6%). Il tasso di natalità si è attestato al 6,3 per mille, con una fecondità stimata in 1,18 figli per donna, inferiore al precedente minimo storico di 1,19 registrato nel 1995. Sono numeri figli di un combinato disposto tra fattori strutturali, economici, lavorativi e sociali. La riduzione della popolazione fertile (tra il 1995 e il 2024, il totale delle donne tra i 15 e i 49 anni si è ridotto di circa 3 milioni di unità) e l’aumento dell’età al primo figlio (le donne in Italia partoriscono in media a 32,4 anni e quasi il 10% delle nascite avviene oltre i 40) descrivono forse ancora meglio un contesto che avrebbe bisogno di invertire la rotta. Ma la questione sembra non essere più convincere o incentivare anche con dei soldi ad avere dei figli, bensì costruire attorno alla coppia un ecosistema favorevole alla libera scelta di farlo.

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