
ROMA, PORTE APERTE A TOR BELLA MONACA
Un tavolo di co-progettazione tra 11 organizzazioni di terzo settore, Roma Capitale, la ASL, l’Università, l’INAPP, un comitato scientifico, un progetto di edilizia popolare e tanti servizi, sportelli, spazi, per non lasciare indietro nessuno. Porte Aperte è un hub polifunzionale, ma soprattutto la visione di chi intravede in TorBella un orizzonte di possibilità
18 Maggio 2026
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La signora è seduta su uno sgabello, davanti alla porta di casa come si faceva un tempo, mentre osserva con stupore chi la sta intervistando per un video-promo della nuova iniziativa che punta a trasformare il volto di Tor Bella Monaca. «Ma che scherziamo? – dice, quando gli elencano i disagi che ogni giorno riempiono le pagine dei giornali e gli spazi televisivi – Questo è un quartiere bello, a noi nun ce manca niente. Al massimo le cose ce le vogliono togliere. Me fanno arrabbià quando dicono che qua è tutto brutto». In questo luogo della periferia romana, conosciuto perlopiù come una delle principali piazze di spaccio in Europa, c’è chi combatte contro i pregiudizi. Resistendo, anziché abbattendosi. Porte Aperte, un hub polifunzionale che per missione si pone l’obiettivo di “connettere spazi, persone, servizi e opportunità” è dedicato a loro. Alla signora ribelle. Ai giovani che tremano all’idea di non avere un futuro. Agli immigrati che non si sentono inclusi. E, più in generale, a tutti gli uomini e le donne del Municipio VI, figli e figlie di una “città nella città” con 260mila anime.
Undici enti del terzo settore – da Cospexa ad Antropos, passando per Amili, Sant’Egidio, Cubo Libro, Frame for Life e Futura, fino ad arrivare a Libera contro le mafie, New Life for Children, Nuove Risposte e Nonna Roma – hanno unito le forze realizzando la visione di chi intravede in “TorBella” un orizzonte di possibilità inesplorate. Quindi non solo fragilità, povertà educativa, divario digitale, difficoltà economiche, precarietà lavorativa e un accesso limitato ai servizi, ma anche energie, voglia di partecipazione, attivismo sociale, inclusione dal basso e solidarietà diffusa. Non a caso, l’hub nasce come un intervento diffuso per migliorare la qualità di vita degli abitanti, ma il progetto è già diventato uno strumento attivo per una riqualificazione urbana ad ampio raggio, rafforzando i cosiddetti servizi di prossimità: la casa al centro, ovviamente, ma anche la cultura e la socialità rappresentano degli elementi fondanti. L’intervento, finanziato nell’ambito del Piano Urbano Integrato denominato “PUI 28 – Polo della sostenibilità Tor Bella Monaca”, è sintetizzabile con un concetto troppo spesso dimenticato: fare rete per il bene comune.
Non lasciare indietro nessuno
Tra i servizi per le persone non c’è solo un progetto di ampliamento dell’edilizia popolare, ma anche interventi dedicati ai bisogni individuali e familiari. Come lo sportello di orientamento che fornisce ai cittadini informazioni sui servizi sanitari, sociali, lavorativi ed educativi. Sono stati pensati, inoltre, diversi spazi per i più piccoli e per i giovani: lo “0-6” con attività educative e formative, il “6-11” con laboratori e attività artistico-didattiche e lo “spazio adolescenti”, immaginato per fornire supporto allo studio ma anche per proporre corsi e momenti di riflessione sui problemi attuali, dalla criminalità organizzata alla violenza di genere. Alle famiglie è offerto un supporto psico-socio-educativo, un sostegno al rapporto genitori-figli e la mediazione culturale. L’intento è quello di non lasciare indietro nessuno, a partire dalle persone con vulnerabilità: sono diverse le iniziative messe in campo in questa direzione, dall’inclusione lavorativa al sostegno economico tramite la creazione di un emporio solidale e la distribuzione di pacchi alimentari e pasti caldi. Non manca poi quello che Porte Aperte ha rinominato lo “spazio sociale”: attività aggregative, eventi conviviali, momenti di scambio interculturale e addirittura una banca del tempo – affinché le persone possano scambiarsi saperi, competenze e piccoli servizi utilizzando il tempo come “moneta” – animeranno d’ora in avanti, e sempre di più, il quartiere in tre diverse location: in Via dell’Archeologia 137 e in Via Amico Aspertini 325, dove si trova l’Istituto Comprensivo Melissa Bassi (in questa fase il vero centro operativo dell’hub) e in Via di Tor Bella Monaca 451, sede di Bella Lab.
Converti: «Ora non commettiamo l’errore di pensare che i problemi saranno risolti una volta terminato il progetto»
Barbara Funari, assessora alle politiche sociali e alla salute di Roma Capitale, nel corso della presentazione del progetto ha citato «il percorso di co-progettazione» che ha portato tante e diverse realtà sociali a collaborare, coinvolgendo i cittadini in ogni fase attuativa. «Io sono di qui, conosco bene il rumore degli elicotteri che passano quando ci sono le retate», la testimonianza di Svetlana Celli, presidente dell’assemblea capitolina. «Portiamo via le persone e i problemi rimangono: il primo passo è restituire valore e dignità al quartiere». Giuseppe Battaglia, assessore alle periferie della città, ha ricordato che sul miliardo e 100 milioni di euro del Pnrr, «circa 120 milioni sono su Tor Bella Monaca. Eppure abbiamo dovuto convincere le persone che stavolta facevamo sul serio». La sfiducia nei confronti delle istituzioni, che qui tante volte hanno fallito, è una barriera non facili da superare. Nella Converti, presidente della commissione politiche sociali, ha ricordato «le parolacce che ci siamo presi quando bussavamo alle porte». «Ora non dobbiamo commettere l’errore di pensare che i problemi saranno risolti una volta terminato il progetto. Non servirà realizzare delle belle case, ad esempio, se poi torneranno nelle mani della criminalità». Le Università La Sapienza e Tor Vergata, insieme alla Asl, sono parte strutturale del piano; al tavolo di co-progettazione ha partecipato anche l’INAPP, l’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche. Un comitato scientifico, di cui fanno parte la dirigente scolastica del Bassi, Alessandra Scamardella, e diversi docenti degli atenei, seguirà lo sviluppo del progetto. Che ha una peculiarità: le undici realtà associative non si divideranno tra i servizi proposti, ma saranno tutte coinvolte in ogni azione nell’ambito delle rispettive competenze. È un’integrazione nell’integrazione, di sicuro più complicata ma potenzialmente più efficace. «L’approccio del riparare i danni ha sempre orientato ogni intervento, stavolta volevamo costruire servizi immaginandoli come strumenti di prevenzione precoce», ha spiegato Michela Micheli, la direttrice del dipartimento Politiche Sociali del comune, l’ente attuatore del progetto.






