LA FORZA DI MONICA

È una delle persone senza casa che a giugno hanno occupato Santa Maria Maggiore a Roma. Una vita piena di dolore e di resistenza

di Paola Springhetti

Bionda, nervosa, occhi azzurri sottolineati dal mascara. Ai suoi piedi è accucciato un cagnolino, l’altro gliel’hanno rubato. Siede sulla scalinata di Santa Maria Maggiore, la basilica romana che il 4 giugno è stata occupata da un gruppo di persone sfrattate da un palazzo a Torre Maura, che occupavano da due mesi.
Monica parla a voce bassa, guardando davanti a sé e senza sprecare parole. «Siamo tutte persone che hanno un disagio sociale, hanno perso il lavoro, non possono pagarsi un affitto», spiega. «Vogliamo una trattativa con iI Comune. Ci sono molti stabili vuoti a Roma, anche scuole abbandonate. Noi potremmo abitarci».
Intanto sono qui: 50 nuclei familiari, 150 persone più o meno. Se non lo sai non li vedi: si sono raccolti in cima alla navata sinistra, i turisti passano e non ci fanno caso. Padre Angelo ha fornito coperte, acqua, ha aperto i bagni. Ma certo non è una situazione facile: «dormiamo tutti per terra o sulle panchine della Chiesa», racconta Monica. «Non c’è un’organizzazione: è vera e propria disperazione. Sono le cinque del pomeriggio e ancora dobbiamo pranzare. Ci sono degli amici che ci portano qualcosa, la colazione al mattino… qualcuno ha ancora qualche soldo in tasca e compera qualcosa». Per fortuna, «siamo come un’unica famiglia, siamo molto uniti. I figli sono un po’ figli di tutti, ci conosciamo da tempo, abbiamo diviso tante cose, il mangiare, quando uno piangeva, quando perdeva il lavoro…». Anche con le donne straniere? «Sì, noi non siamo razzisti, siamo persone».

Il figlio perso e il ritorno


L’occupazione di Santa Maria Maggiore è solo l’ultima tappa di un percorso forzato. «Ho vissuto 14 anni in America, poi sono rientrata e sono cominciati i disagi. Parlo quattro lingue: arabo, inglese e spagnolo. Ho 44 anni e sono mamma di 5 figli, uno dei quali l’ha ucciso il padre mentre era ubriaco. Aveva due anni. Per questo sono tornata qui con gli altri quattro. Prima ero appoggiata in una chiesa occupata, stavamo in tenda… poi è arrivata l’occupazione a Torre Maura. Lì stavamo organizzando gli spazi a seconda dei nuclei famigliari, di quanti figli avevano. Pensavamo di restarci». Invece sono stati mandati via: «La prima volta abbiamo dormito in strada e non trovo che sia giusto».
Monica non ha familiari, non ha sostegni pubblici. «I servizi sociali come potrebbero aiutarmi? Togliendomi i figli? Non ci sono sussidi per noi, come non ci sono case e non ci sono tante altre cose. E poi io non lo voglio un sussidio, voglio una casa, un posto dove stare e dove ricominciare. Ci stanno prendendo la dignità e noi non glielo permettiamo». A Torre Maura «avevi trovato un lavoro come cameriera, ma prendevo solo 500 euro: ci servivano per mangiare, non potevamo pagare un affitto». Ora, con lo sfratto, ha perso anche quel lavoro, ma spera di riaverlo. Solo che non avere una casa è un handicap: «Io sono in grado di lavorare, voglio farlo. Ma devo dare un tetto ai miei figli, non posso lasciarli per strada».

Da dove viene la forza

 

Una chiesa, per quanto scomoda, un tetto ce l’ha. È meglio che dormire per strada. «La chiesa ci ospita. Ci hanno proposto per un’altra soluzione, ma le famiglie dovevano separarsi: solo per le donne e i bambini c’era posto in casa famiglia, gli uomini rimanevano per strada. Noi non potevamo accettarlo: i padri devono rimanere con i bambini. Con i nostri disagi, ma uniti».
Purtroppo, i disagi sono tanti. «I bambini piangono perché dormono per terra. Nei bagni non c’è la doccia. Finché non chiudono la chiesa, la sera, non possiamo neanche mettere una coperta per terra. E ci dobbiamo alzare alle 5,30 per lasciare tutto pulito e nascondere le nostre cose. Non possiamo mangiare dentro la chiesa: dobbiamo uscire fuori. Sono regole che esistono in tutte le chiese, giustamente, ma per noi sono disagi. Dobbiamo continuamente dire ai bambini: non giocare lì dentro, non correre, non toccare. Stiamo soffrendo». In più, «ci sono persone che dovrebbero essere operate alle ginocchia, persone col bastone, c’è una donna che ha perso 6 bambini, l’ultimo durante l’occupazione a Torre Maura, persone che svengono per lo stress, perché non sopportano di vedere i loro figli in queste condizioni… La tensione c’è, però ci facciamo forza e cerchiamo di resistere».
Resistere, anche perché, spiega Monica, «non facciamo politica. Io da qui non mi muovo fino a che non ci danno una risposta. L’unica cosa che chiedo è una casa: è un mio diritto. Non chiedo un appartamento, ma un posto dove stare tranquilla con i miei figli, mandarli a scuola, poter andare a lavorare». Lo dice e nasconde gli occhi, che si sono riempiti di lacrime. «Non mi scoraggio. Sono molto nervosa, ma sono ancora più forte. Vedendo i bambini che soffrono e quello che stiamo soffrendo tutti noi che siamo qui dentro, la forza viene proprio dall’interno. Siamo ancora più uniti».

LA FORZA DI MONICA

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