DONNE E VIOLENZA. QUANDO LE MADRI SONO VITTIME DEI FIGLI

Le storie delle donne over 65 che si sono rivolte allo Sportello Donna dell’Ospedale San Camillo di Roma, gestito dalla cooperativa sociale Be Free, sono la punta dell’iceberg di un fenomeno che fatica ad emergere. La coordinatrice, Giulia Paparelli: «Nella maggior parte dei casi il nucleo familiare composto da madre e figlio vive con la sola pensione materna e non è preso in carico dai servizi territoriali. Per una madre non è semplice rivolgersi alle forze dell’ordine»

di Antonella Patete

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Silvia, 80 anni, è arrivata in Pronto soccorso con l’ambulanza e un occhio nero dopo essere stata aggredita da uno dei suoi figli. Allarmati dalle urla, sono stati i vicini di casa a chiamare la polizia. Paola, 84 anni, è stata portata in ospedale dal servizio del 118 perché il figlio sessantenne l’ha colpita con un pugno in faccia. Viola, 79 anni, al Pronto soccorso ci è andata più volte, ma ha sempre protetto il proprio figlio, imputando le violenze subite a sconosciuti. Silvia, Paola e Viola sono nomi di fantasia, ma le loro storie sono vere. Si tratta di tre delle 16 donne over 65 che, lo scorso anno, si sono rivolte allo Sportello Donna gestito, a partire dal 2009, dalla cooperativa sociale Be Free presso l’ospedale San Camillo di Roma. «Nel 2025 la percentuale di donne di 65 anni e più che si sono rivolte al nostro servizio per situazioni di violenza o maltrattamenti domestici rimane del 5%, esattamente come nel 2024. E in tre casi su quattro gli autori delle violenze non sono i partner, ma i figli, che quasi sempre vivono sotto lo stesso tetto», rivela Giulia Paparelli, coordinatrice del servizio attivo 24 ore su 24. Numeri piccoli, forse, ma solo in apparenza, perché rappresentano la punta dell’iceberg di un fenomeno più diffuso di quanto si potrebbe immaginare. Inoltre, a differenza delle altre, inviate dalle forze dell’ordine o dai Centri antiviolenza, le donne over 65 che approdano allo Sportello Donna del San Camillo vivono prevalentemente in un’unica zona di Roma, quella dell’ospedale. «La metà dei figli maltrattanti ha problemi di dipendenza da sostanze o diagnosi psichiatriche», prosegue Paparelli. Ma c’è anche un problema economico, perché spesso si tratta di uomini disoccupati, che non riescono a contribuire al bilancio familiare. «Nella maggior parte dei casi il nucleo familiare composto da madre e figlio vive con la sola pensione materna e non è preso in carico da Servizi socio-sanitari territoriali», conferma la coordinatrice. «Si tratta sempre di donne senza marito, perché vedove o divorziate, per lo più prive di una rete di sostegno familiare e amicale, che supporti madre e figlio nell’attivazione dei Servizi territoriali competenti per le dipendenze da sostanze o per le problematiche psichiatriche».

Silvia e le altre, tutte vittime di violenza domestica di lungo corso

Quando arrivano allo Sportello Donna, le signore hanno già una storia di violenza di lungo corso alle spalle. «Per una madre non è semplice rivolgersi alle forze dell’ordine e delle donne prese in carico solo 1 su 16 ha sporto denuncia», sottolinea Paparelli. «E anche quando a chiamare la polizia o i carabinieri sono i vicini o il personale sanitario, la donna rifiuta di denunciare il proprio figlio». Silvia, per esempio, è arrivata per la prima volta allo Sportello gestito dalla cooperativa Be Free nel 2022. Si è presentata al triage spaventata e confusa, accompagnata dagli agenti di polizia. Durante il colloquio con l’operatrice del servizio, ha raccontato di subire violenza domestica da diversi anni, chiedendo potesse tutelarsi. Non aveva però nessuna intenzione di denunciare il figlio: temeva di creargli problemi, giustificando i comportamenti aggressivi alla luce del momento difficile che questi stava vivendo. Nei mesi successivi Silvia ha incontrato più volte le operatrici dello Sportello Donna, riflettendo insieme a loro sull’importanza di prendersi cura di sé e sulle possibili strategie per difendersi dal suo aggressore. Era la prima volta che raccontava a qualcuno ciò che avveniva in casa, fino a quel momento aveva sempre sperato che un giorno le cose si sarebbero risolte da sole. «Silvia ha scelto di non denunciare suo figlio né in quel momento né in seguito, quando è stata di nuovo aggredita», racconta la coordinatrice. «Ma a un anno di distanza dall’incontro con le operatrici dello sportello ha detto che, quel giorno, si era sentita vista per la prima volta e ha espresso gratitudine nei confronti dei vicini di casa che avevano chiamato i soccorsi».

Paola, quando il caregiver è anche l’aggressore

Anche Paola è una donna sola. Soffre di demenza senile e vive insieme al figlio, l’unica persona che si prende cura di lei. Non solo i due dividono lo stesso tetto, ma è il classico caso in cui la figura dell’aggressore coincide con quella del caregiver. In seguito all’aggressione che l’ha portata in Pronto soccorso e da qui allo Sportello Donna, Paola è rimasta ricoverata per un mese. Durante questo periodo, le operatrici di Be Free, che sono andate a trovarla quasi ogni giorno, hanno potuto raccogliere le sue confidenze. Nei momenti di lucidità la donna ha raccontato loro una storia di maltrattamenti e di violenza, che ha caratterizzato tutta la sua vita. Dopo essere stata vittima del marito, che poi è morto, è finita nelle mani del figlio, che alterna attenzioni e cure nei confronti della madre a momenti di rabbia e aggressività fisica. Una situazione di cui non erano al corrente amici e familiari, che avevano sempre sottovalutato ciò che accadeva tra le mura di quell’abitazione. «Poiché Paola aveva paura di tornare a casa dal figlio, insieme al Servizio sociale dell’ospedale abbiamo intrapreso la ricerca di una struttura che potesse accoglierla», racconta ancora Paparelli. Quasi mai le donne sono disposte a lasciare la propria casa per recarsi in una struttura residenziale, e questo rappresenta una delle sfide maggiori per le operatrici. «Le case rifugio non costituiscono un’alternativa per questa tipologia di donne, perché sono pensate per persone che possono intraprendere un percorso di autonomia abitativa e lavorativa», spiega la coordinatrice. «Inoltre, non sono attrezzate per accogliere donne che spesso hanno esigenze sanitarie abbastanza marcate». Per fortuna non è il caso di Paola che, dopo circa un mese, è stata accolta in una Rsa, «dove speriamo abbia trovato la pazienza e le cure che meritava».

Viola e la mancanza di presa in carico da parte dei Servizi territoriali

Viola ha trovato il coraggio di rivelare l’identità del suo aggressore, solo dopo vari accessi al Pronto Soccorso e l’incontro con lo Sportello Donna. Nei primi tempi chiedeva alle operatrici di parlare col figlio aggressivo per fargli capire che non poteva andare avanti in quel modo. Continuava a giustificarlo e, in fondo, si sentiva responsabile delle sue reazioni violente. Diceva che non stava bene, che nella vita aveva subito tante ingiustizie, che la moglie lo aveva lasciato e al lavoro lo avevano licenziato senza un motivo valido. Attribuiva tutte le difficoltà alle ristrettezze economiche in cui vivevano, dal momento che l’unica fonte di reddito era la sua pensione minima. Inoltre entrambi avevano una dipendenza dal gioco d’azzardo, in cui investivano la maggior parte dei pochi soldi a disposizione, rischiando di perdere l’appartamento in cui vivevano. Così, come molte altre donne nella sua condizione, Viola non è stata in grado di immaginare un’alternativa al ritorno a casa. Si sentiva investita della responsabilità del figlio e sperava che i medici o le operatrici dello Sportello riuscissero a convincerlo a farsi curare. Per un periodo, infatti, l’uomo era stato seguito dal Csm di zona, dove gli avevano prescritto dei farmaci che avevano contribuito a calmare i suoi attacchi d’ira, ma che poi aveva deciso di non assumere più. «Così l’unico intervento possibile è stato quello di attivare il Servizio sociale territoriale, che una volta a settimana manda un operatore a verificare le condizioni di Viola e fornisce aiuti sotto forma di pacchi alimentari e sostegno economico per utenze e affitto. Più di questo non è stato possibile fare», commenta la coordinatrice.

“La distanza che ci unisce”, in un libro la testimonianza dei maltrattamenti nei confronti di una madre

Il tema della violenza dei figli nei confronti delle madri è anche al centro di un libro recentemente pubblicato da Mondadori: La distanza che ci unisce di Anna Tiziana Torti e Lorenzo Greco racconta la storia (vera) di una relazione mamma-figlio che piano piano si incrina fino a scivolare nell’aggressività fisica. Tiziana ha cresciuto Lorenzo da sola, riempendolo di amore e di attenzioni fino a che, con l’adolescenza, qualcosa si spezza. Pensando di non farcela senza una figura genitoriale maschile, decide di inviarlo in un convitto, lontano da casa, dove pensa che potrà trovare uno spazio protetto all’interno del quale vivere più serenamente. Il ragazzo, però, percepisce quell’allontanamento come un rifiuto e, ogni volta che torna a casa, diventa sempre più ribelle e aggressivo, fino a lasciarsi andare apertamente alla violenza. Dopo mesi di silenzio e vergogna, Anna Tiziana si convince a denunciarlo. Segue una condanna e un atto di allontanamento decretato dal magistrato, ma questa volta, per ammissione dello stesso Lorenzo, la distanza diventa la base da cui ripartire. A differenza delle donne che approdano allo Sportello del San Camillo, Anna Tiziana e Lorenzo non fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. In più Anna Tiziana ha lavorato a lungo come autrice per numerosi programmi televisivi Rai e Mediaset e, soprattutto, ha delle amiche che la possono consigliare e sostenere. Eppure anche lei è rimasta prigioniera di una violenza domestica che stenta a essere dichiarata fuori dalle mura di casa. Per questo il messaggio è quello di superare l’imbarazzo, farsi aiutare e trovare il modo di ricominciare da capo. La speranza è una sola, dicono oggi madre e figlio all’unisono: «Che il nostro libro possa aiutare tutte le persone che ne hanno bisogno».

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violenza in famigliaAnna Tiziana Torti e Lorenzo Greco
La distanza che ci unisce
Mondadori, 2025
228 pagine, 19.00 euro

 

 

 

 

 

 

Foto di Lena Polishko (particolare)

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