PERCHÈ GLI ANZIANI VENGONO MALTRATTATI NELLE RSA?

Luca Fazzi analizza le cause del maltrattamento dell'anziano: il problema non sono solo gli operatori, ma il modo in cui sono organizzate le strutture

di Maria Elena Iacovone

Parlare di maltrattamento dell’anziano in Rsa (residenze sanitarie assistenziali) è ancora in moltissimi casi un tabù. Una piaga ignorata e sottostimata, che fatica a diventare realmente un tema di discussione pubblica. Se ne è parlato venerdì 28 gennaio nel corso della presentazione online del libro “Il maltrattamento dell’anziano in Rsa. Analisi del fenomeno, strumenti per l’individuazione, strategie di prevenzione”, scritto da Luca Fazzi, docente di sociologia e ricerca sociale presso l’Università di Trento.

«Il tema del maltrattamento in strutture per anziani si è sviluppato molto negli ultimi venti anni a livello internazionale. Invece in Italia non c’è niente di tutto questo ed è paradossale, visto che è una nazione molto anziana e c’è un numero estremamente elevato di persone inserite in strutture Rsa o RA», ha esordito l’autore, nel corso dell’incontro promosso dal Gruppo Solidarietà, sottolineando come la noncuranza e l’assenza del tema siano probabilmente connesse a «una questione di senso di colpa legato principalmente alla tradizione cattolica». Questo poi si inserisce in una serie di «processi di trasformazione culturali e sociali più ampi, dove l’età anziana è qualcosa di non piacevole e non auspicabile».

Un problema di identità

Per comprendere quanto gli anziani siano esposti al maltrattamento, bisogna valutare la frattura radicale che la loro identità subisce, passando «da una condizione di autonomia a una forte dipendenza nei confronti di terzi», scrive Fazzi.

maltrattamento dell'anziano
La copertina del libro di Luca Fazzi

«È la natura stessa di questo rapporto a contenere in sé i germi del maltrattamento», il quale, ricordiamo, si articola in diverse forme: da quello fisico a quello psicologico-emotivo (come l’organizzazione di attività infantilizzanti); da quello economico (come i furti) fino ad arrivare all’incuria.

Insomma, l’esposizione al maltrattamento ha a che fare profondamente con il processo di re-istituzionalizzazione delle strutture preposte e la conseguente “banalizzazione” dell’assistenza: «Ogni istituzione totale porta con sé quello che Erving Goffman chiamava “il dramma del self”: se noi consideriamo la giornata tipo di un anziano, all’interno di una struttura, ciò che accade sono una serie di episodi che si ripetono, provocando una grossa frattura tra il prima e il dopo», ha proseguito il docente. «Questo comporta una riorganizzazione della propria identità in condizioni estremamente precarie di salute fisica e cognitiva».

Gli indicatori del maltrattamento dell’anziano

Fazzi ha poi passato in rassegna alcuni indicatori di rischio maltrattamento: l’assenza di monitoraggio degli eventi sentinella; operatori privi di formazione e a rischio burnout (stress); numeri di piani assistenziali non aggiornati sul totale; elevati tassi di entrata, nonché il numero di ospiti senza visite familiari. «Oggi molti direttori sanitari continuano a limitare le visite, nonostante i passi avanti nella vaccinazione. Il risultato è che da due anni un gran numero di anziani è in condizioni di assoluta esposizione a rischio maltrattamento», ha commentato l’autore, evidenziando «non solo la forte dismissione delle politiche sociali, ma anche il carattere più organizzativo che individuale del maltrattamento».

Gli standard delle strutture, dunque, sono diventati così meccanicizzati da perdere di vista le persone con i loro bisogni: «Il lavoro per compiti va per la maggiore, ma non è efficiente: chi gestisce Rsa, infatti, spesso e volentieri ha delle competenze parziali», ha osservato Fazzi. «Bisognerebbe invece investire al massimo sulla capacità di auto osservazione e riflessività: concetti che vengono sempre meno in organizzazioni pensate come erogatori di assistenza».

La proposta

Quindi, quali possono essere le strategie per contrastare il maltrattamento? Secondo l’autore «la formazione è importante ma non basta. Si dovrebbe puntare su piani di intervento integrati, che funzionano con il coinvolgimento attivo del personale, il quale deve essere trattato in maniera adeguata». Chi lavora oggi in Rsa «fa un lavoro duro, in condizioni di stress fortissimo e ha salari estremamente bassi. Quando si toglie valore alle persone, queste si sviliscono e tendono a svilire anche gli altri, intenzionalmente o meno».

Nel libro “Il maltrattamento dell’anziano in Rsa” la proposta è dunque quella, conclude Fazzi, di «riportare la focalizzazione sul fattore umano attraverso la ricerca e l’advocacy. Nei prossimi anni il tema del maltrattamento diventerà esplosivo per una serie di motivi e allora sarà necessario intervenire».

 

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