MIDEN: TRA VIOLENZA, DEMOCRAZIA E ACCOGLIENZA

Veronica Raimo racconta Miden, storia di una violenza sessuale e di accuse che cambiano la vita. In una comunità con un governo nato dal basso

di Maurizio Ermisino

“«L’avevi denunciato?» ho chiesto. «No, non potevo», «Perché?» «Perché allora non lo sapevo. Ora lo so». Le dita della ragazza non avevano nemmeno sfiorato la tazza che le avevo messo davanti. E dire che era stato il mio unico gesto gentile fino ad allora. Soltanto quella tazza costava più delle sue scarpe. «Cos’è che sai adesso?», le ho chiesto. «Che ho subito una violenza»”.

Questo scambio di battute arriva alla fine del primo capitolo di Miden, il romanzo di Veronica Raimo (Mondadori), una storia potente, appassionante. E anche molto attuale.
Si parla di violenza sessuale, di consenso, di sessismo, di rispetto tra uomo e donna, in un momento in cui il tema è quotidianamente agli onori della cronaca e al centro del dibattito. Miden, che in realtà nasce molto tempo prima che scoppiasse il caso Weinstein, racconta la storia di un professore che, in un ipotetico Paese del Nord Europa (il Miden del titolo), si ritrova accusato di violenza sessuale, a distanza di anni, da una ragazza con cui aveva avuto una relazione. Il dialogo che avete letto è uno scambio tra la ragazza e la compagna del professore, che si è legata a lui dopo quei fatti, e ora è in attesa di un bambino. Miden è raccontato a due voci, quella del professore (il compagno) e della sua compagna, e alterna i due punti di vista. Quello di chi cerca di ripensare al suo passato, per capire se e dove abbia sbagliato, e chi cerca di capire se conosce veramente chi ha vicino. Entrare nella testa, nei dubbi e nelle paure di chi è accusato serve a farci riflettere, a capire le zone grigie che connotano certe situazioni. Miden è un libro pieno di umanità, passione, desiderio, frustrazione, incertezza. È la storia di due persone piene di vita in un contesto che tende ad azzerare ogni pulsione.

Ma che cos’è Miden, il luogo in cui si svolge la storia? È una piccola comunità, uno Stato-modello immaginario nel Nord Europa che, dopo una crisi mondiale, ha saputo riorganizzarsi grazie a un governo “della gente”, una democrazia diretta che funziona grazie a una serie di commissioni di cittadini. In quel “siamo la gente”, che non significa nulla, se non il suo contrario, in quel senso di superiorità di chi dice di essere il nuovo c’è molto dei movimenti attuali nati dal basso. Veronica Raimo, classe 1978, scrittrice, giornalista e sceneggiatrice, ci ha parlato di tutto questo. E anche della sua fonte di ispirazione per Miden, le democrazie del Nord Europa, e della loro idea di accoglienza.

 

midenIl discorso sulla violenza sessuale è molto attuale. Eppure Miden è un libro che nasce molto tempo fa. Da quali riflessioni?

L’ispirazione è stato un episodio capitato a un mio amico, una vicenda accaduta in un paese nordico, molto simile a quella che succede nel libro: è stato accusato di violenza sessuale, ad alcuni anni di distanza, da una persona con cui aveva avuto in realtà un rapporto consensuale. Ne è stato devastato. Gli sono stata molto vicina in quel periodo, anche per cercare di capire quanto una consapevolezza che ti arriva da un’altra persona possa riguardare anche il tuo passato. Pensavo che la storia sarebbe stata raccontata solo dal punto di vista di lui. Ma il personaggio della sua compagna si è imposto in maniera inconsapevole ma necessaria, anche per rispecchiare la dialettica di quando ero venuta a conoscenza di questo episodio: lui me ne stava parlando, e io in qualche modo ero in ascolto. Alla fine ho creato questa coppia in attesa di un figlio, proprio perché ci fosse qualcun altro da proteggere oltre loro due. È nato così, completamente svincolato dalla cronaca. Ma il fatto che un episodio simile si fosse verificato anni fa, in un paese del Nord Europa, fa capire come lì le tematiche di questo tipo fossero già sentite in maniera molto forte. Si dibatteva su quali fossero i confini del consenso: in Svezia c’è una legge che modifica i criteri di consenso.

 

È importante entrare nella mente dell’uomo, capire il suo punto di vista. Come ci è riuscita?

In realtà mi viene molto più naturale raccontare le cose da un punto di vista maschile, il mio primo romanzo è tutto scritto in prima persona maschile. Credo che il fatto che ci sia una componente di straniamento, per cui posso osservare quello che succede attraverso uno sguardo “altro”, mi faccia essere più lucida. Non so se questa lucidità sia reale, ma mi sembra che quella distanza mi permetta di essere più analitica.

 

È qualcosa che fa capire come in alcuni casi ci siano molte zone grigie e non solo il bianco e il nero che raccontano i media…

Io vorrei scindere quello che penso io da quello che è il libro che ho scritto. È ovvio che quello che può fare la letteratura è una cosa, e quello che devono fare la cronaca e la giustizia è un’altra. Entrare all’interno della zona grigia con i mezzi legali è complicato. Siamo in un momento in cui, attraverso un processo di semplificazione, potremo anche arrivare a qualcosa di più complesso. In questo momento è tutto bianco e nero. Lo stesso movimento #metoo è ovvio che sia pieno di paradossi, di contraddizioni, che metta insieme cose molte diverse. Credo che sia un aspetto necessario per arrivare a una complessità diversa. Quello che può fare un libro è sondare gli abissi in maniera diversa da quello che può fare un tribunale.

 

Il linguaggio, in alcune parti, è molto forte, molto esplicito. A cosa serve questa scelta?

Ho cercato di lavorare su diversi registri linguistici: da una parte la lingua bonificata, corretta, di Miden; dall’altra – quando parlano i due personaggi principali – volevo un linguaggio che potesse avere un potere dirompente, conflittuale, che riuscisse a creare immagini, un linguaggio che potesse far male.

 

Quel “siamo la gente” ricorda molti movimenti nati dal basso: è ispirato all’Islanda, ma ricorsa anche il nostro M5S. Che idea si è fatta delle contraddizioni di questi sistemi?

Al di là del populismo, la cosa che trovo problematica, quando si cerca di dare un’autodefinizione identitaria, è il fatto di escludere gli altri. Dici “siamo la gente”, ma in realtà stai escludendo. Sembra essere un termine che ingloba, ma essere “la gente” molto spesso significa essere di una determinata estrazione sociale, di un determinato pensiero politico, si tende molto a pensare per bolle separate. Anche l’idea di popolo non è una reale idea di popolo: specialmente in Italia chi si appella a questo non ha poi un’idea inglobante. Questo accade sia a livelli più populisti, sia con diverse forme di snobismo che funzionano in questa maniera: ad esempio con questa ricerca di ritrovarsi sempre con i propri simili. E questa mi sembra sia una tendenza che riguarda la contemporaneità, come chi decide di andare a vivere in campagna in una comunità di sodali, o come accade su Facebook, dove hai a che fare solo con persone simili a te.

 

Si sente, in Miden, il senso di superiorità morale di chi crede di aver cambiato le cose…

Mi sono ispirata alle democrazie scandinave, paesi fondamentalmente ricchi, dove per conservare degli standard alti devono monitorare in maniera “chiusa” la possibilità di accoglienza. E alla fine questa cosa comporta una contraddizione. E, soprattutto, l’accoglienza che viene fatta è sempre un tentativo di conformare, di alienare il più possibile il conflitto.

 

Oltre che di violenza, nel libro si parla anche di sessismo, un tema collegato alle violenze nei dibattiti attuali. A che punto è la nostra società in questo senso?

Mi sembra che le nuove generazioni, rispetto a questi modelli culturali di sessismo, stiano veramente andando avanti, e li guardino con distacco, con ironia. Mi sembra che certi comportamenti, che potevano essere la prassi, stiano per essere superati. Anche il fatto di essere a contatto con altre culture, di poter viaggiare molto di più, mi sembra abbia formato le persone in una maniera diversa. E che certi modelli, certi comportamenti che abbiamo dato per scontati per anni, si stiano pian piano sgretolando.

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Veronica Raimo
Miden
Mondadori, 2018
pp. 204, € 18,50

 

 

 

 

 

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