CHI CI HA RESO OCCIDENTALI? I MITI GRECI. ED È ORA DI RILEGGERLI

Un libro di Giuseppe De Luca ce li propone, accompagnandoci alla riscoperta delle nostre radici democratiche e plurali

di Paola Springhetti

«Questa città è libera, non è il dominio di un uomo, tutto il popolo esercita il governo con vicenda annuale, né i ricchi hanno il potere, ma parte uguale spetta pure ai poveri…» Sono parole di Teseo, re di Atene, uno dei miti greci più conosciuti. Si leggono in un libro di Giuseppe De Luca pubblicato di recente: Da Zeus ad Achille: e fu Occidente. I racconti di un antico aedo (ed. Efesto 2019). Un libro che narra i miti greci, ma soprattutto le radici della nostra cultura, aiutandoci a riscoprire chi siamo e per cosa dobbiamo essere grati agli antichi Greci. Per due cose soprattutto: la democrazia e l’idea che esiste una pluralità di verità.
De Luca, infatti, dice di voler tramandare i miti greci come un antico aedo, lasciando quindi parlare il racconto, ma per fortuna non resiste alla tentazione ed aggiunge, alla fine di ogni mito, alcune sue considerazioni, che ci aiutano a coglierne sensi e risonanze. Lo abbiamo intervistato.

Che cosa rappresentavano i miti, nell’antica Grecia?
«Avevano un significato diverso, rispetto a quello che diamo noi oggi. Sono nati nel secondo millennio avanti Cristo, quindi precedono di molto l’epoca classica. In quel tempo, logos e mitos erano la stessa cosa: i miti sono, in fondo, racconti di poeti, ispirati dalle muse o dagli dei. Sono il racconto della vita, la base fondante della cultura greca: attraverso di esso i Greci interrogavano il mondo. In fondo, è una modalità della conoscenza. Oggi abbiamo diversi modi di interrogare la natura e il mondo: la matematica, la scienza, la religione… Loro avevano un’altra modalità: quella del racconto.
Il mito è la base fondante della cultura greca. Platone li disprezzava, perché rappresentavano gli eroi e gli dei con le loro debolezze, a volte li ridicolizzavano, ma anche la filosofia era loro debitrice: senza i miti greci non sarebbe esistita.»

 

 

miti graci
Teseo e il Minotauro, scolpiti da Canova

C’è qualcosa di simile, oggi? o meglio, c’è qualche cosa che svolga la stessa funzione, che ci aiuti a interrogare il mondo?
«Avremmo bisogno una modalità nuova di conoscenza. Oggi la stessa filosofia, tranne quella morale, vede ridimensionato il proprio ruolo, perché abbiamo la scienza, che risponde a tante domande. Ma ci resta il bisogno di una modalità che vada oltre. L’approssimazione a ciò che è umano o divino può essere raggiunta attraverso diverse modalità della conoscenza, ma è molto più forte attraverso la poesia (che non deve sostituire, ma affiancare le altre modalità). E i miti greci erano una forma poetica.
Credo davvero che Omero o Shakespeare possano portarci più lontano di quanto faccia la psicanalisi. La poesia contiene tutte le domande che l’umanità si pone da sempre e che non sempre trovano risposta nella scienza. Ma naturalmente dobbiamo tenere conto del percorso che è già stato fatto, cioè dobbiamo “salire sulle spalle dei giganti”. Il fatto è che non c’è una sola verità e il razionalismo moderno, che pure ha tanti meriti, ha il limite di interpretare tutto con una sola chiave.»

Possiamo davvero dire che la democrazia è nata in Grecia?
«Tra IV e V secolo sono state censite oltre mille polis nel mondo greco, il 40 per cento delle quali erano democratiche, le altre oligarchiche: noi abbiamo seguito il modello ateniese, che aveva già messo a fuoco elementi importanti della democrazia. per esempio le cariche non dovevano essere a vita e le deliberazioni dovevano essere frutto della preparazione di diverse soluzioni (avevano un processo di formazione delle decisioni modernissimo). Non dobbiamo sottovalutare il fatto, però, che la politeia democratica era un modello anche per le oligarchie: al fondo c’era l’idea che una città si governa sulla base delle leggi e non su quella della volontà dei sovrani. L’altra grande idea era che la città coincide con la comunità, cioè con i cittadini organizzati. I greci non dicevano “Atene”, ma “gli Ateniesi”; non “Tebe”, ma “i Tebani”. E d’altra parte i greci non colonizzavano: emigravano e fondavano nuove città, in luoghi in genere disabitati. La città apparteneva a chi l’aveva fondata.  Nel mito di Antigone si racconta che, quando il padre voleva condannarla a morte, il fratello Emone gli ricorda che tutta la città riteneva ingiusto condannarla e aggiunge: “Ricorda soltanto che nessuna città appartiene ad un solo uomo ed è proprio dei tiranni crederlo, ma a costoro spetta solamente di regnare in un deserto e, infatti, sempre i tiranni lasciano dietro di sé un deserto popolato di rovine”.»

 

miti greci
Il dramma di Antigone è stato uno dei più rappresentati, lungo i secoli

C’erano stranieri ad Atene?
«Per gli ateniesi i cittadini sono solo quelli che hanno creato la politeia. Atene era molto grande: aveva 120mila cittadini (più le donne), e 40mila metecii – stranieri con permesso di soggiorno, diremmo oggi. Erano commercianti, imprenditori, proprietari di navi. E tra loro c’erano personaggi importanti, come Aristotele, Eorodoto, Gorgia.»

Nella Bibbia, l’ospite è sacro, anche se l’ospite veniva e poi andava via, non restava. E l’antica Grecia come vedeva lo straniero?
«Zeus era detto anche Xenios e riconosciuto come dio protettore dello straniero e dell’ospite. Xenio significa sia forestiero, sia colui che ospita. Per i greci, lo straniero è sempre ospite, a meno che non porti guerra. Bellerofonte era ospite del re di Tirinto, quando la moglie del re lo accusa di averla sedotta e aizza il marito ad ucciderlo. Ma il re non può ucciderlo, proprio perché è ospite, e si limita a mandarlo via. I Greci non giudicavano il colore della pelle, accettavano tutti gli dei, tendevano al sincretismo. Gli stranieri potevano portare le loro fedi, i loro costumi. I meteci potevano lavorare, anche se non partecipavano all’assemblea, e alcuni ottenevano la cittadinanza: ci sono arrivate dal quarto secolo testimonianze di tanti decreti di cittadinanza, emessi in favore anche di gente sconosciuta. I greci non conoscevano la discriminazione religiosa, razziale, culturale. Se lo straniero è supplice, va protetto; se migrante economico può lavorare.»

C’era un’idea di fratellanza, o almeno di comune condizione umana?
«L’idea di fratellanza viene dalla tradizione cristiana e quella laica dalla rivoluzione francese. In questo senso in Grecia non c’era, ma non c’era neanche l’opposto. Nella Grecia classica si faceva una distinzione: quella tra i popoli che avevano una convivenza regolata dalle leggi e quelli che non ce l’avevano, cioè i barbari, che tali erano perché si inchinavano davanti al re. Per i Greci, il cittadino è uno che sta in piedi, non si inchina: di qui la distinzione tra chi aveva conquistato princìpi che regolavano la convivenza civile e chi ancora si regolava in base alla legge del taglione. E poi, c’era l’idea che gli uomini sono tutti uguali. Secondo il mito, uomini e dei nascono tutti dalla grande madre Gea: gli dei sono immortali e più forti, ma non sempre migliori.»

Oggi il tema dell’identità viene usato per giustificare una cultura che si chiude all’esterno, che alza muri. I miti greci possono dirci qualche cosa di diverso?
«I miti greci sono frutto consapevole di un incrocio di culture (Mesopotamia, Egitto, Mediterraneo). La cultura greca non conosce l’idea di identità come l’abbiamo oggi: Il diverso era portatore di valori diversi, ma non per questo era da discriminare. Era una cultura plurale: possiamo dire che l’identità culturale è stata una sola dal quarto secolo dopo Cristo, ma non prima. I Greci coltivavano l’idea che gli uomini possono essere simili, mai identici. Ed era per loro sconosciuto il principio della verità assoluta, che sarà introdotta da Gesù Cristo, il quale non è figlio della cultura greca. Tornare ai Greci è tornare a radici plurali. C’è una pluralità di verità: è questa l’altra grande eredità, insieme alla democrazia.»

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miti greciGiuseppe De Luca
Da Zeus ad Achille: e fu Occidente. I racconti di un antico aedo
Ed. Efesto 2019,
pp. 668, €19,00

 

 

 

 

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