MIGRANTI: QUANDO LA DISCRIMINAZIONE È DOPPIA

Che succede se i migranti che arrivano nel nostro Paese sono donne o persone LGBTI? Succede che sono discriminati due volte...

di Maurizio Ermisino

Hanno un volto. Hanno un nome. Hanno una storia. E hanno anche un genere e un orientamento sessuale. Eppure, quando parliamo di migranti, li identifichiamo sempre con le masse, con i gruppi sui barconi. Non hanno una voce, non sono mai messi in condizione di raccontare il loro viaggio, la loro decisione di partire e cambiare per sempre le loro vite. Quello di cui non si parla mai sono anche le prevaricazioni che le donne subiscono, o i problemi che persone LGBTI si trovano ad affrontare arrivando in un altro paese. Sono persone che sono discriminate due volte: in quanto migranti, e in quanto donne o in quanto omosessuali, intersessuali o transgender. Se ne è parlato a Pensare migrante, la tre giorni di iniziative sul tema delle migrazioni organizzata da Baobab Experience, dal 4 al 6 maggio alla Città dell’Altra Economia, a Roma.

 

pensare migranteDONNE MIGRANTI, IN ITALIA STEREOTIPI SEMPRE PIÙ FORTI. Le donne migranti sono sempre più in crescita in Europa, sono oltre la metà della popolazione migrante. Fuggono dalla povertà, da situazioni fatte di violenze e sottomissione: la discriminazione di genere è una concausa del viaggio di migrazione delle donne. «La loro migrazione però causa il rafforzamento di quegli stereotipi di genere da cui fuggono» riflette Rossella Benedetti, avvocato di Differenza Donna, Ong che dall’89 si occupa di discriminazioni, con la gestione di sportelli d’ascolto e di un centro per le donne vittime della tratta.

«Per capire e sostenere queste donne ci sono tre punti importanti: il paese di origine, il viaggio, il paese ospitante. La maggior parte viene da paesi con una cultura patriarcale radicalizzata e mai messa in discussione. Il viaggio è quasi sempre luogo di ricatti sessuali e violenze. E non mi riferisco solo alle donne che arrivano dalla Libia che sono addestrate alla prostituzione. Ma anche a quelle donne che non hanno chi le sostenga nelle spese del viaggio, e lo pagano prostituendosi». Non va meglio nel paese d’arrivo. «Vivono una doppia discriminazione: in quanto donne e in quanto straniere» spiega l’avvocato. «Si vanno a sommare tutti gli stereotipi e i pregiudizi che si portano dal paese d’origine e permangono nel territorio italiano, dove frequentano le comunità della loro terra e gli stereotipi diventano ancora più forti».

Dall’altro lato queste donne sono discriminate in quanto migranti. «Le donne dell’Europa dell’est sono discriminate perché vengono considerate donne furbe, che pensano ai soldi, che si sposano con gli italiani per questo. E anche delle ragazzine, minorenni, costrette alla prostituzione vengono ritenute prostitute per propria scelta. Tutti questi pregiudizi limitano l’accesso alla giustizia di queste donne, la loro integrazione. E l’accesso al diritto alla salute».

 

LE DIFFICOLTÀ CON LO STATUS DI RIFUGIATE. Un altro grande problema è che le donne in fuga dalla violenza domestica nel loro paese, da una condizione di grave subordinazione, spesso non vengono considerate rifugiate. «Tutto quello che riguarda la migrazione è sempre coniugato al maschile», spiega Rossella Benedetti. «Quando si andava a valutare la storia di una donna, se la sua condizione era quella di una persecuzione, di una violenza domestica, di subordinazione, tutto questo non era considerato per concedere lo status di rifugiato. Ci si limitava a capire se le leggi del paese d’origine permettevano il reato o no, ma non si analizzava se le istituzioni volevano o erano in grado di proteggere queste donne».

La Convenzione di Istanbul, introdotta in Italia nel 2014, ha cambiato la situazione.
L’art. 60 prevede che si adottino le misure necessarie “per garantire che la violenza contro le donne basata sul genere possa essere riconosciuta come una forma di persecuzione”. «E invita tutti gli stati membri a valutare le storie delle donne, con un’interpretazione gender sensitive», spiega Rossella Benedetti. «Non significa che bisogni dare lo stato di rifugiato a tutte le donne migranti. Ma analizzarne di volta in volta le situazioni sì».

 

STORIE DI VIOLENZA E ISOLAMENTO. Situazioni difficili, al limite della nostra immaginazione. Come quella di una donna albanese sposata, in base all’accordo tra le famiglie, con un uomo violento con cui ha sei figli e una figlia.

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Foto dalla pagina FB Baobab Experience

Scappa da sola, e poi scopre che in famiglia il suo posto viene preso dalla figlia, che non va più a scuola, perché le donne sono “puttane o schiave” e viene picchiata dai fratelli. Così torna a casa, ottiene l’affidamento della figlia, ma non può rimanere in quella comunità perché altrimenti le regole sarebbero sovvertite. Arriva in Italia, con la figlia ormai adolescente, e chiede lo status di rifugiata, che le viene assegnato, perché vittima di una fortissima discriminazione di genere.

E c’è la donna bengalese, giovanissima, che vive il suo primo anno in Italia completamente isolata, e non solo dal punto di vista linguistico. Non sa nemmeno qual è il paese che la ospita, e ogni informazione le arrivava filtrata, attraverso il racconto del marito. Che le usa violenza. È la totale invisibilità di una donna che, se non fosse stata per la seconda gravidanza, in territorio italiano, non avrebbe avuto la possibilità di conoscere l’Italia. E quelli che sono i suoi diritti. Una novità importante è anche l’Art. 18, in particolare il 18 bis, del Testo unico sull’immigrazione che concede il permesso di soggiorno alle donne che subiscono violenza sul territorio italiano. «È importante perché le donne diventano autonome, non sono più costrette da un permesso di soggiorno legato al marito, che diventa un ricatto» commenta Rossella Benedetti.

 

LGBTI MIGRANTI: DISCRIMINATI E INVISIBILI. Se quella delle donne è una realtà poco raccontata, quella dei migranti LGBTI lo è ancora meno. Parliamo di chi lascia il proprio paese perché vittima di persecuzioni legate all’orientamento sessuale.

Secondo l’ultimo rapporto Ilga (la più importante Ong europea che si occupa dei diritti umani di omosessuali e trans) sono 72 i paesi nel mondo che criminalizzano l’omosessualità. In alcuni sono previste pene detentive, come l’ergastolo, in altri no, ma comunque si costringono le persone a nascondersi. Anche migranti o richiedenti asilo LGBTI vivono una doppia discriminazione: in quanto migranti e in quanto vittime di omo e transfobia, allontanati sia dalla comunità ospitante, sia da quella di origine. E anche nei luoghi di accoglienza rischiano di essere oggetto di violenze e discriminazioni.

Come una donna transessuale brasiliana che, per problemi di permesso di soggiorno, finisce nell’ex CIE di Trapani: biologicamente nata uomo, è inserita nella sezione maschile. Vive un inferno, minacciata di stupri, di violenze. E finisce per essere completamente isolata.

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Foto dalla pagina FB Baobab experience

«Non sappiamo quanti richiedenti asilo di questo tipo ci siano» ha esordito Luna Lara Liboni di CILD, Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili. «In UE arrivano 10mila richiedenti asilo l’anno, e si stima che quelli che chiedono asilo sulla base di discriminazioni legate all’identità sessuale siano lo 0,8%. Le domande su base LGBTI a livello europeo sono iniziate negli anni Ottanta, ma facevano leva sulla religione e sull’orientamento politico. Solo nella seconda metà degli anni Novanta si è cominciato a richiedere asilo sulla base dell’orientamento sessuale». «Nel 2008 gli stati dell’UE hanno voluto fare dei passi avanti per unificare le procedure di asilo e creare degli standard comuni» precisa Luna Liboni.

«Oggi in UE si può fare domanda sulla base del proprio orientamento sessuale. I problemi nascono dall’applicazione di questi standard minimi: nei 27 stati vengono seguite pratiche completamente diverse. Le persone LGBTI hanno tutte problematiche specifiche. E la specificità non sempre viene tenuta da conto, e quindi i risultati sono disastrosi». Secondo i dati Ilga, nei 72 gli stati in cui le relazioni omosessuali sono criminalizzate, in 45 sia quella maschile che femminile vengono condannate. «Negli altri stati l’omosessualità femminile esiste, ma non viene presa in considerazione» denuncia Luna Liboni. «Perché, piuttosto che il carcere, la punizione può essere uno stupro collettivo…. In 8 paesi c’è la pena di morte, in altri 5 c’è la pena di morte, ma non è applicata, in altri il carcere, che può andare da un mese, fino a 15 anni».

 

ASCOLTARE ELTON JOHN… Le persone che si trovano a scappare e chiedere asilo nell’UE sono persone che hanno una grande paura a dichiarare la propria identità. «Spesso provenire dalla Nigeria, dove essere LGBTI è un reato, non è abbastanza» spiega Luna. «In alcuni paesi è stata chiesta una prova della persecuzione, e di una paura fondata di persecuzioni nel futuro. Ho lavorato all’interno di ORAM (Organization for Refuge, Asylum & Migration) e mi sono resa conto della barriera che queste persone hanno in fase di intervista: viene fatta una valutazione della credibilità». Ma un conto è valutare, un altro violare i diritti di una persona. «A donne lesbiche, nel Regno Unito, è stato chiesto se ascoltassero la musica di Elton John… io sono lesbica e non ascolto la musica di Elton John, ma questo non toglie quello che sono». Inoltre la bisessualità è un orientamento sessuale, non una scelta. «Dal momento in cui, da alcuni paesi, viene considerata una scelta, ad alcune donne è stato chiesto di tornare nel loro paese e fare l’eterosessuale, o essere discrete» racconta Luna Liconi. «In altri paesi è stato fatto un test fallometrico» continua. «Per definire l’orientamento sessuale sono stati applicati dei sensori nell’area pubica, per valutare, attraverso la proiezione di un film porno, la mancanza o la presenza di un’erezione. È successo in Repubblica Ceca e in Slovenia, ma sono intervenuti i tribunali europei che hanno condannato questa pratica. Ma sul tema c’è pochissima consapevolezza».

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