DIPENDE DALLA CLASSE. QUANDO LA SCUOLA RIPRODUCE LE DISUGUAGLIANZE

La povertà educativa spesso è povertà economica, e il sistema scuola italiano tende più o meno inconsapevolmente a discriminare gli studenti che provengono da un contesto più fragile. Michele Arena, nel suo libro “Dipende dalla classe” ci racconta come

di Maurizio Ermisino

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Nella scuola di Moordale, nella serie TV Netflix Sex Education, si fanno continue proteste o discussioni sulla libertà sessuale, sulle condizioni di genere o sulle barriere architettoniche. È un posto dove per fortuna c’è un costante impegno e attivismo politico per garantire i diritti di tutte le minoranze rappresentate dalla popolazione studentesca. Tutte, tranne una. Nella serie c’è infatti un personaggio che compie una battaglia solitaria e individuale: Maeve. Interpretata da Emma Mackey, Maeve è di una classe sociale diversa rispetto agli altri protagonisti: vive in una roulotte con una madre e un fratello che lottano con le proprie dipendenze e fragilità, non ha la possibilità di pagarsi le gite e non invita i compagni di scuola a casa. Michele Arena inizia da qui il discorso del suo illuminante Dipende dalla classe (Il Margine), che riflette su come alcune dinamiche del sistema scuola italiano tendano, più o meno inconsapevolmente, a discriminare gli studenti che provengono da un contesto socioeconomico fragile e svantaggiato.

Libertà e classe sociale rimangono sullo sfondo

Maeve rappresenta uno stereotipo molto romantico della povertà: è l’adolescente piena di talento con una famiglia colpevole di non avere gli strumenti per sostenerla ma che anzi, con i suoi comportamenti antisociali e problematici, le impedisce di realizzarsi ed essere felice. Maeve è anche il sogno di ogni educatore o insegnante: qualcuno da salvare dalla sua condizione di povertà attraverso l’educazione e l’istruzione. Deve fare i conti con quel cavo – la condizione di classe sociale – che la tira indietro e la tiene bloccata a terra. Un cavo invisibile, di cui si parla pochissimo nella scuola italiana. «Sex Education è il modello di come si affrontano le questioni dei diritti civili» ci spiega Arena. «Punta molto sulle questioni di genere e dell’abilismo, ma all’interno di quel mondo progressista si muove un personaggio che, in quanto povero di famiglia, subisce, come accade nella nostra società, un processo di colpevolizzazione o di responsabilità individuale. È un modo per dire che la povertà viene colpevolizzata anche in ambienti dove si crede di avere un atteggiamento progressista e di lotta alle disparità. È il paradosso che c’è anche a scuola, dove si lavora su tanti aspetti, ma il tema della povertà e della classe sociale rimane sullo sfondo».

Iscrivendoci a scuola iniziamo una gara

Nel 2022 il nostro Ministero dell’istruzione ha aggiunto la parola merito al proprio nome, per far capire che per costruire il nostro futuro dobbiamo meritarcelo, dobbiamo impegnarci, dobbiamo avere talento. Togliendo ogni dubbio al fatto che iscrivendoci a scuola iniziamo una gara per decidere cosa diventeremo da adulti. «Il nuovo nome del Ministero arriva da un politico di destra, ma di meritocrazia ne hanno parlato per anni anche i partiti di centrosinistra, da Blair a Obama» ci spiega l’autore. «Se tutto nella società viene visto attraverso la lente del merito, si creano storture enormi. Io lavoro nel sociale e per avere i soldi dei progetti che rispondono ai bisogni delle persone partecipiamo ai bandi e facciamo una gara: ti devi meritare delle risorse per dare un lavoro a delle persone che risponda ai bisogni del territorio. Anche qui c’è una logica del merito. Valditara questa questione ha permesso finalmente di esplicitarla. E ha permesso alla sinistra di vedere il Valditara dentro di noi: chi parlava di merito oggi lo fa con più difficoltà».

Il sistema scuola legittima la discriminazione 

In Sex Education le uniche persone trattate in modo colpevolizzante sono la madre e il fratello di Maeve. Andare male a scuola ed essere povero quindi non sono solo un problema di carriera e soldi: ti rendono anche qualcuno di condannabile da un punto di vista sociale. Queste narrazioni legittimano soprattutto il primo strumento di classificazione che inizia a posizionarci quando siamo ancora bambini e adolescenti: i voti e le bocciature. «Fino a che la scuola manterrà questo aspetto molto individuale di responsabilità rispetto al rendimento scolastico, oltre a selezionare e a classificare, legittima questa classificazione: arrivo a scuola e imparo, oltre alla matematica e l’italiano, che è giusto che ci sia qualcuno che sta più in alto e chi più in basso, chi prende 10 e ha la possibilità di partecipare a opportunità di un certo tipo e chi dovrà occupare un posto diverso nella società» riflette Arena. «La scuola purtroppo oggi ha una funzione di legittimazione della discriminazione sociale. E non è il singolo docente, è come è strutturato il sistema. Nessuno fa mai vedere che ci sono dei punti di partenza diversi, percorsi di studio che hanno dei tempi diversi. Chi ha abbandonato viene quasi condannato per il fatto che non si è impegnato, che non aveva desiderio di imparare. Così come c’è chi sente il merito di laurearsi in un’università prestigiosa».

Il contesto di provenienza influisce anche su motivazioni e desideri

Il contesto di provenienza influisce non solo sul talento ma sulla motivazione, sulle scelte, sui desideri, sulle relazioni con i compagni e gli adulti di riferimento dei contesti educativi. «Di questo parla il libro di Chiara Volpato (Le radici psicologiche della disuguaglianza), che decostruisce il mito dei desideri e mostra in modo molto puntuale quanto fare leva su ragazzi e ragazze che hanno avuto percorsi di vita diversi rispetto ai gruppi dominanti sia un’arma spuntata» spiega Arena. «Ce lo dicono i dati ISTAT: chi ha solo una licenza media spesso non va a votare, non legge libri. Non perché non gli/le interessa: è perché subire lo stress della povertà, vivere in certi contesti ti espone a questi problemi. Da una parte, c’è chi ha un percorso di esclusione da certe forme di cultura e apprendimenti. Dall’altra, certe forme di cultura ci sono, pensiamo alla multiculturalità: ma a scuola viene considerata povertà educativa non tanto la mancanza di cultura, ma che ci sia una cultura di provenienza diversa. In certe famiglie ci sono culture, religioni, usanze, solo che non rientrano negli standard che la scuola definisce come tali. La scuola non riesce a vedere oltre i confini che si è data come giusti».

La povertà educativa è prima povertà socio-economica

Il libro riflette sul concetto di povertà educativa, che ci fa correre il rischio di dimenticare che tutte queste povertà hanno sempre una radice comune: la carenza di risorse economiche necessarie per il soddisfacimento di bisogni legati a una vita dignitosa. La povertà educativa in Italia rimane un fenomeno principalmente ereditario, che riguarda in gran parte famiglie colpite dalla tradizionale povertà socio-economica. «Se chiamo povertà educativa tutto quello che è povertà economica cercherò risposte educative e non risposte economiche» riflette l’autore. «Le varie fondazioni presentano opportunità che sono educative – centri estivi, progetti di recupero – ma andando a creare ulteriori finestre di opportunità che i ragazzi e le famiglie devono cogliere per non essere nuovamente esclusi. È una porta che si apre per un po’ di tempo, ma che ha, di fatto, le caratteristiche della scuola: un ascensore sociale che posso riuscire a prendere o no. Il tema invece dovrebbe essere utilizzare risorse e fare pressione politica perché si vada a intervenire su problemi strutturali. Ci sono ragazzi che partecipano a progetti di contrasto alla povertà educativa, che vengono a fare il laboratorio STEM con un professionista. E tornano a casa e vivono in un garage. Proviamo a intervenire sulla questione abitativa, o su quelle che sta vivendo la famiglia del ragazzo».

Proviamo a decostruire l’idea della scuola

Il premio Nobel Amartya Sen ha detto che «l’idea di merito può avere molte virtù ma la chiarezza non è una di esse». Se docenti e educatori non possono rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, possono però portarli in aula, guardarli insieme agli studenti e spiegare concetti come «merito», «impegno» e cos’è la «questione di classe». Si può iniziare dal considerare l’insuccesso scolastico sempre meno una colpa individuale e sempre più una responsabilità collettiva. «Ci sono problemi strutturali su cui un singolo insegnante non può intervenire» spiega Arena. «Ma possiamo provare a decostruire l’idea della scuola che viene data. I ragazzi entrano con l’idea che la scuola sia un posto giusto, democratico e poi percepiscono che i ragazzi senza cittadinanza fanno più fatica, che ci sono classi che sono piccoli ghetti. La scuola crea una riproduzione dei ghetti e delle situazioni nella società, ma poi di fatto non ne parla mai. L’orientamento non dovrebbe essere solo individuale ma al contesto. Devo poter dire che con un istituto professionale le professioni saranno di un certo tipo e che sarà più difficile andare all’università, che quelle scuole hanno una collocazione all’interno della società: non per mortificare, ma per creare una consapevolezza politica. Gli adulti non parlano mai ai ragazzi di cose che stanno vivendo e subendo».

Prendere la parola e autorappresentarsi

La scuola non deve parlare di povertà, ma deve dare spazio e opportunità a chi arriva da ambienti poveri economicamente per poter prendere la parola e autorappresentarsi. «Si tratta di provare a concentrarsi sugli aspetti su cui, come docente e come educatore, posso intervenire: didattica, valutazione, orientamento, come racconto la scuola e la società e il linguaggio che uso, se parlo di impegno individuale o collettivo» conclude. «Se invece di chiedere impegno ai ragazzi lo chiedo ai servizi e agli educatori, se incontro un docente che ha questa chiarezza politica e usa il suo ruolo in questo modo, sicuramente il mio percorso ne beneficerà. Noi educatori dobbiamo far politica fuori dalle classi, dobbiamo fare pressioni sulla politica per avere più risorse. Sul gruppo Facebook Il Gessetto [gestito da docenti e dirigenti ndr] si trovano commenti di adulti che parlano di minorenni con toni di colpevolizzazione enorme. E sono persone che vanno in classe tutti i giorni. Dovremmo parlare di quanto la scuola può ferire i ragazzi».

 

dipende dalla classe michele arenaMichele Arena

Dipende dalla classe

Il Margine, 2026

176 pagine, 16,50 euro

 

DIPENDE DALLA CLASSE. QUANDO LA SCUOLA RIPRODUCE LE DISUGUAGLIANZE

DIPENDE DALLA CLASSE. QUANDO LA SCUOLA RIPRODUCE LE DISUGUAGLIANZE