REDDITO DI CITTADINANZA: SERVONO MODIFICHE, NON L’ABOLIZIONE

Lo sostiene da tempo Alleanza contro la povertà, che ha chiesto un incontro urgente con il Governo. Cellini: «A mancare, in Italia, è un sistema di servizi che allontanino le persone dal rischio povertà»

di Giorgio Marota

«La destra sta facendo la destra. Fa quello per cui è stata votata», ha dichiarato di recente il fumettista Zerocalcare in un’intervista a “La Repubblica”.  «È la sinistra, semmai, ad aver smarrito sé stessa». Su cosa sia oggi “di destra” e cosa “di sinistra” bisognerebbe riflettere a lungo, considerati i confini ormai sfumati della politica italiana, ma sicuramente la maggioranza di governo (che rivendica con orgoglio il suo posizionamento a destra) ha subito messo nel mirino il Reddito di Cittadinanza, come aveva promesso ai suoi elettori. Con una differenza: la tanto sbandierata “abolizione”, di fatto, non c’è. Sarebbe meglio chiamarlo un “depotenziamento” della misura, comunque pesantissimo per chi la percepisce. L’idea della cancellazione immediata del beneficio (nato nel governo Conte I per contrastare povertà, disuguaglianze ed esclusione sociale) già dal 1° gennaio 2023, che avrebbe permesso allo Stato di risparmiare 1,8 miliardi, è stata alla fine accantonata.

Occorre un RdC più efficace

reddito di cittadinanza
Alleanza ha definito «preoccupante annunciare la soppressione di una misura di contrasto alla povertà a partire dal 2024 senza delineare alcuna ipotesi di sostituzione».

I percettori considerati occupabili (tra i 18 e i 59 anni) avranno il sussidio fino ad agosto 2023. Terminata questa “soluzione ponte”, alla prima offerta di lavoro rifiutata il reddito sarà tolto. Gli occupabili dovranno inoltre fare un corso di formazione di 6 mesi e, in caso di mancata partecipazione, si perderà il sostegno. Secondo le intenzioni della premier Giorgia Meloni, il Reddito di Cittadinanza si trasformerà dunque da misura universalistica di lotta contro la povertà a sostegno temporaneo finalizzato all’entrata nel mondo del lavoro. «Ma il lavoro non c’è, è questo il vero problema di un Paese che fa finta di non rendersene conto» spiega Roberto Cellini della CGIL, portavoce nel Lazio di Alleanza contro la Povertà, rete che raggruppa un ampio numero di soggetti sociali (Azione Cattolica, sindacati, Comunità di Sant’Egidio, Forum Nazionale del Terzo Settore, Croce Rossa, Confcooperative e tanti altri), nata con l’obiettivo di contribuire alla costruzione di adeguate politiche pubbliche contro la povertà assoluta. In una nota, Alleanza ha definito «preoccupante annunciare la soppressione di una misura di contrasto alla povertà a partire dal 2024 senza delineare alcuna ipotesi di sostituzione». Da tempo la rete sostiene, infatti, come siano necessarie delle modifiche al RdC: dall’ampliamento della platea degli aventi diritto all’adeguamento degli importi in relazione all’aumento del costo della vita, fino al rafforzamento effettivo dei percorsi di politiche attive del lavoro. La misura attuale del governo va quindi in direzione totalmente opposta. «La logica non può essere quella di tagliare lo strumento. Anzi, dovrebbe essere più efficiente ed efficace» sostiene anche Cellino. Le cosiddette “regole ponte” dureranno un anno, facendo risparmiare allo Stato 734 milioni. Nel 2024 arriverà un nuovo sostegno – chiaramente con un nome diverso – destinato solo a fragili e over 60 (destinatarie 635mila famiglie). Chi cerca di tenere unite le reti sociali del Paese, e chi ogni giorno tenta – senza risorse – di offrire un contributo per contrastare le varie forme di emarginazione, considera questo “restyling” una forma di propaganda elettorale.

Il RdC non è uno strumento di politica attiva del lavoro

Ma c’è di più ed è l’aspetto che preoccupa maggiormente: ridurre le risorse senza il contraltare di adeguate politiche attive (e concrete) del lavoro rischia di creare nuovi poveri e nuove diseguaglianze. «Se prendiamo i rapporti Istat e Inps emerge come il Reddito di Cittadinanza ha salvato dalla povertà 1 milione di persone e nel Lazio il rapporto è il 10% rispetto a questo totale» spiega Cellini. «Lo strumento ha funzionato soprattutto nel periodo pandemico. Pensate, non è stato nemmeno sufficiente e nel 2020 è stato integrato con il reddito di emergenza. Ci sono persone più povere dei poveri, che non potevano accedere al reddito di cittadinanza per una serie di vincoli. Di queste persone non possiamo dimenticarci in modo così brutale». Il portavoce di Alleanza contro la Povertà del Lazio è d’accordo nel considerare lo strumento sicuramente migliorabile, ma non crede sia cancellabile: «La ricerca del lavoro non ha funzionato? Ecco, questo è il limite del Reddito di Cittadinanza. Ma c’è un motivo: è stato immaginato come uno strumento di politica attiva del lavoro ed è stata un’illusione, perché in Italia il lavoro non c’è». Come se non bastasse, di tutti i beneficiari «solamente 1/3 è occupabile» prosegue il portavoce. «C’è gente che non ha lavoro da tanto tempo e gente che ha svolto lavori poco qualificati e sottopagati. Servirebbero formazione, avvicinamento e accompagnamento al mondo lavoro». Alleanza ha chiesto un incontro urgente con il governo. «È doveroso agire» è il pensiero anche di chi la rappresenta nel Lazio. «In una fase in cui c’è un impoverimento generale per l’aumento dell’inflazione e delle bollette e per la riduzione del potere d’acquisto, si sta impoverendo anche chi faceva parte di una fascia di reddito relativamente più sicura. Mentre i poveri aumentano, vengono cancellati gli strumenti a sostegno della povertà».

Mancano forme di protezione dal rischio povertà

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Cellini: «Anche nel Lazio si fa una gran fatica a causa della storica e continua riduzione di investimenti sul sociale da parte dello Stato centrale».

Secondo i dati, nell’89% dei casi il richiedente del RdC è italiano, nel 7% è cittadino extra-comunitario in possesso di un permesso di soggiorno e nel 4% è un cittadino europeo. L’importo medio mensile erogato è cresciuto nel tempo: aumentando complessivamente del 12%, dai 492 euro del 2019 ai 552 euro del 2022. La regione con il maggior numero di nuclei percettori di Reddito di Cittadinanza e Pensione di Cittadinanza è la Campania (22%), seguita da Sicilia (20%), Lazio (10%) e Puglia (9%). In queste quattro regioni risiede oltre il 60% dei nuclei beneficiari, che nel Lazio è pari a 121.312; di questi, il 47% risiede nel territorio di Roma Capitale. Con Deliberazione di Giunta Regionale n. 644 del 26 luglio 2022, la Regione Lazio ha approvato il Piano di programmazione di contrasto alla povertà 2021-2023 che, oltre a essere strumento per la pianificazione degli interventi sociali, è divenuto necessario ai fini della ripartizione delle risorse statali agli ambiti territoriali. Rispetto alle risorse già stanziate dal Ministero del Lavoro, in questo piano regionale è previsto un ulteriore finanziamento di 1 milione di euro per ciascuna annualità, da utilizzare a completamento del RdC. E quindi, se il Reddito sparisse «una misura di sostegno, anche con qualche accorgimento nuovo e diverso, andrebbe trovata» è il pensiero di Cellini. «Spero non ci siano rivolte sociali, ma in alcune zone del Paese è problematico non trovare soluzioni a forme di sostegno alla povertà». Sostegno non soltanto di esclusiva natura economica. A mancare, in Italia, è un sistema di servizi (chiamiamole forme di protezione) che allontanano le persone dal rischio povertà. Gli esempi? Molteplici: «Pensiamo ai servizi sociali per le persone fragili, oppure a un sostegno all’affitto, passando per l’aiuto psicologico, quello sanitario, la presa in carico dei servizi sociali, l’accompagnamento in situazioni familiari difficili» conclude Cellini. Perché anche nel Lazio «si fa una gran fatica a causa della storica e continua riduzione di investimenti sul sociale da parte dello Stato centrale».

 

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