
REFERENDUM GIUSTIZIA: UN GROSSO NO ARRIVA DAI GIOVANI
Nella fascia tra i 18 e i 34 anni il No ha vinto con oltre il 61% contro il 39%. Una vittoria netta, decisa, schiacciante. Anche se agli studenti fuorisede è stato negato il diritto di votare, si sono mobilitati e hanno lasciato il segno
25 Marzo 2026
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C’è speranza per il futuro. Una grande speranza. I vincitori morali di questo Referendum sono i giovani, gli studenti, i diciottenni al primo voto, gli universitari e i fuori sede. Il dato che emerge è di quelli che non lasciano spazio a dubbi o interpretazioni: nella fascia dei votanti tra i 18 e i 34 anni il No ha vinto con oltre il 61% contro il 39%. Una vittoria netta, decisa, schiacciante. Ne abbiamo parlato con Flavia Zingaretti della Rete degli Studenti Medi, responsabile del Comitato studentesco per il No di Roma. E siamo partiti dal fatto che a molti ragazzi della sua età sia stato prima di tutto negato il sacrosanto diritto di votare, perché gli studenti fuorisede non hanno avuto la possibilità di votare nel luogo di studio. «Da una parte politica che, prima di essere al governo, diceva che avrebbe garantito il voto ai fuori sede, non garantirlo è particolarmente grave» ci spiega Flavia, 21 anni, studentessa di Scienze Politiche all’Università Roma La Sapienza. «Il motivo politico è chiaro. Già da prima del voto si diceva che i due terzi dei giovani avrebbero votato No, cosa che poi è effettivamente successa: evidentemente era un voler provare a limitare il No. Ma, al di là di questo, la cosa particolarmente grave è che il voto è garantito dalla Costituzione. Il fatto che molti giovani non abbiano potuto votare, o che abbiano dovuto sostenere spese enormi per andare a votare o scegliere se tornare a casa per votare o per Pasqua, se esercitare il proprio diritto o abbracciare la propria famiglia, è stato folle».
Il voto deve essere effettivo per tutti
Così decine di migliaia di studenti si sono organizzati per fare i rappresentanti di lista e superare gli ostacoli posti dal governo. «Abbiamo aiutato raccogliendo le adesioni delle persone che volevano fare i rappresentanti di lista insieme alla CGIL e al Comitato per il No, ricevendo tantissime richieste. E questo è sicuramente positivo» ci racconta Flavia Zingaretti. «Detto ciò, quello non può essere un metodo, è una scappatoia legale. Ed è una procedura complessa: abbiamo passato giorni e giorni a lavorare alle deleghe e questa cosa non va a facilitare il diritto di voto. Per quanto siamo felici della possibilità di fare i rappresentanti di lista e poter votare, deve esserci una legge per far sì che il voto sia effettivo per tutti. E perché sia così bisogna poter votare nel posto in cui si lavora e si studia. La grande affluenza dei giovani dimostra il contrario di quello che si pensa: i giovani vogliono decidere il loro futuro e vogliono avere voce in capitolo. Anche e soprattutto quando viene loro tolta».
Capire davvero la riforma prima di votare
I giovani allora non sono gli “sdraiati”, non sono quelli disimpegnati e indifferenti. Hanno provato a convincerli che questo referendum giustizia non li riguardava, ma si sono informati, hanno studiato e hanno organizzato eventi e assemblee. In tanti, anche tra gli adulti, dicevano che quel quesito non si capiva, che era complicato. E invece i ragazzi lo hanno capito benissimo. «Credo che questa sia stata una delle grandi differenze tra la campagna del No e la campagna del Sì» riflette Flavia Zingaretti. «Limitare il voto ai fuorisede vuol dire limitare il voto a chi studia, chi si impegna, chi vuole sapere le cose. La campagna del No si è basata sull’esporre totalmente questa riforma e non andare a dire “è per rendere più efficiente la giustizia” e poi ammettere che la riforma non sarebbe stata su questi aspetti. Abbiamo provato a fare tante iniziative di informazione all’interno dell’università, delle scuole, assemblee di istituto, assemblee di facoltà per parlare di questo referendum per quello che era davvero. Per come era posto all’inizio il quesito neanche specificava che si andava a cambiare la Costituzione. Come Comitato studentesco del Lazio per il No abbiamo organizzato assemblee interne e sui territori, ci siamo preoccupati che venissero fatte nelle scuole, per chi era al primo voto, e nelle università, per far sì che gli studenti sapessero che potevano votare come fuorisede tramite l’incarico di rappresentanti di lista. Abbiamo sostenuto molto Veronica, la ragazza fuorisede che ha scritto al Presidente Mattarella ed è andata al Ministero della Giustizia per chiedere di poter votare. Ci sono state tante azioni simboliche, come il grande No creato a Piazza del Popolo, ma in un contesto che i contenuti li aveva».
Perché i giovani hanno votato No
I giovani si sono documentati e la posta in palio in questo Referendum Giustizia l’hanno capita molto bene. Ma quali sono state le ragioni per votare No? La difesa della Costituzione? Il fatto che il Referendum avrebbe indebolito la magistratura, uno dei te poteri indipendenti dello Stato? Il fatto che la politica avrebbe deciso le priorità tra i reati da perseguire? O, ancora, un voto politico contro il governo? «Credo che siano tutte motivazioni molto legate» ci risponde Flavia Zingaretti. «Il voto resta politico, non perché fosse necessario dire No a priori, ma perché rientrava in uno schema politico che questo governo sta utilizzando: iindebolire la Costituzione, la magistratura, la scuola. Sappiamo che la Repubblica è fondata su tre poteri. Ma crediamo che ci sia anche il tema della scuola. E penso che questo governo abbia iniziato a indebolire la scuola, a indebolire le persone e l’espressione di dissenso con i vari ddl sicurezza per poi puntare alla magistratura. Tutto questo rientra in un voto politico e in un disegno: provare a indebolire una Costituzione e una Repubblica per poi poterla comandare e governare».
Una generazione che non cambia le cose? Non è vero
Come ha scritto Lorenzo Tosa in un post sui social, il Referendum Giustizia è stato il Referendum della Generazione Z, della Meglio gioventù, la prova definitiva che non sono loro a non occuparsi della politica, semmai è la politica che ha smesso di occuparsi di loro. I ragazzi la sentono questa cosa? «Penso che la nostra sia una generazione estremamente precaria» ci risponde Flavia. «Non sappiamo se lavoreremo, se potremo permetterci gli studi, se potremo permetterci una casa, soprattutto nelle grandi città. Gli studenti si sentono sempre meno in grado di avere un futuro. E sicuramente questo sentimento è aumentato da quando si è insediato questo governo, perché si va sempre di più a disinvestire sulla scuola e a investire in armi, e non ascoltare le reali necessità degli studenti. Non si investe sui giovani perché molti di loro non votano, ed è anche il motivo per cui la scuola pubblica è ridotta in questo modo, perché non si investe senza un ritorno. E i giovani, in generale, vengono considerati una generazione che non va a cambiare le cose. Penso che questo non sia vero e che questo Referendum lo abbia dimostrato: i volantinaggi, le assemblee avevano una grande partecipazione dei giovani. Che la loro idea ce l’hanno e vogliono provare a cambiare le cose. Il fatto che sia una generazione precaria e ignorata non vuol dire che i giovani non si interessino di politica. Ci sono giovani che si informano, è una cittadinanza attiva e che vuole essere ascoltata».
Se ci si scorda dell’istruzione va tutto a rotoli
Ancora, in un post sui social, Antonio Votino, presidente Cesmal, sulla frattura generazionale nel nostro Paese ha commentato: «Il referendum ha confermato che non c’è comprensione dei fenomeni che i giovani intercettano, elaborano e cercano di comunicare alla generazione dominante degli ultra 55enni». E ha scritto di come «politici anziani (nell’età anagrafica e nella storia personale) non avanzano più istanze che i giovani sono capaci di fare proprie». È così? «Si nota molto da come viene convocata l’organizzazione delle associazioni studentesche giovanili, che dall’inizio del mandato è stata convocata una sola volta dal Ministro dell’Istruzione» ci risponde Flavia Zingaretti. «Questo dimostra il poco interesse a confrontarsi con gli studenti. Per noi sarebbe necessario il ritorno a pratiche diverse. Quella Berlinguer è stata l’ultima riforma della scuola scritta con le associazioni studentesche. Oggi c’è bisogno di una riforma complessiva della scuola, anche perché il sistema scolastico è stato smantellato da una serie di riforme fatte senza ascoltare chi la scuola la vive. E c’è anche una falsa idea di uno scontro aperto tra insegnanti e studenti. Non è vero. Ci sono comunità scolastiche formate da insegnanti e studenti insieme che vorrebbero far sentire la loro voce e hanno in mente un modello di scuola diverso, ma non hanno modo di metterlo in atto». Ma i ragazzi sperano in politici che li rappresentino di più? «Credo che il tema sia avere volti che restano a contatto con la loro base elettorale, con gli studenti e i giovani» ci risponde Flavia. «Ci possono essere figure giovani che poi possono essere lontane dalle indicazioni della nostra generazioni. La cosa che auspichiamo in generale è una politica più incentrata sull’istruzione. Crediamo che sia tra le fondamenta del nostro Paese. E se ci si scorda dell’istruzione va tutto a rotoli».
Immagini Rete degli Studenti Medi Roma






