VIOLENZA SULLE DONNE: DUE PROGETTI PER LE VITTIME E I LORO FIGLI

Percorsi di resilienza per i bambini vittime di violenza assistita e di accoglienza per le donne, grazie a Differenza Donna

di Maria Elena Iacovone

Due progetti correlati, fondati sull’ascolto, l’accoglienza e la prevenzione. Due opportunità concrete di inclusione sociale e di sostegno. “Dammi la mano” e “Politeia – Casa di semiautonomia” sono tra le principali iniziative promosse dall’associazione Differenza Donna, da più di 30 anni in prima linea per contrastare e far emergere la violenza sulle donne.

I bambini che assistono alla violenza sulle donne

“Dammi la Mano”, in particolare, è un progetto finanziato dal Dipartimento per le politiche della famiglia, che si realizza nella regione Lazio e Campania con l’obiettivo di garantire un’accoglienza adeguata ai bambini e alle bambine vittime di violenza assistita e agli orfani e alle orfane di femminicidio. «Percorsi di resilienza: questo è ciò che facciamo», spiega Brunella Fraleoni, una delle educatrici. «Nell’ambito di relazioni familiari violente, i minori non possono essere considerati vittime collaterali: c’è infatti una stretta correlazione tra la violenza e le gravi conseguenze sul piano psicologico, comportamentale e sociale. Si tratta di traumi su cui bisogna agire nell’immediato».

violenza sulle donne
Un laboratorio creativo all’interno del progetto “Dammi la mano”

Da qui la centralità di interventi di elaborazione e supporto, che promuovano il benessere dei bambini. «Nel caso di violenza assistita fondamentale è la relazione madre-bambino», sottolinea Fraleoni. «Quest’ultimo viene spesso coinvolto come testimone nei procedimenti giudiziali in corso, per cui ciò che possiamo fare è osservarlo, valutare i suoi comportamenti, essere una testimonianza nei confronti degli assistenti sociali e dei tribunali».

Ancora più drammatica è la condizione dei cosiddetti “orfani speciali”, figli e figlie di vittime di femminicidio che, subendo l’uccisione della madre per mano del padre o di un uomo a lei collegato, si ritrovano improvvisamente soli. «In questi casi il lavoro prevalente è sulle famiglie affidatarie, in genere delle madri, anche esse travolte dal trauma e dal dolore», prosegue l’educatrice. «Il nostro impegno è quello di supportarle attraverso colloqui di sostegno psicologico e consulenze specialistiche in ambito legale, assai importanti se si pensa alle grandi difficoltà di accesso ai risarcimenti destinati a questi orfani».

Ancora, altra macroarea del progetto “Dammi la mano” è l’attività di networking, ovvero la promozione di azioni sinergiche e partecipative con i vari attori di riferimento. Tra maggio e luglio, fa sapere Fraleoni, «abbiamo formato 250 operatori di diverse professionalità e questo ha consentito di creare sui territori delle reti molto valide, oltre che delle buone prassi».

Offrire spazi di libera espressione e l’opportunità di soluzioni adatte a ciascuno: è questa la metodologia di cui si avvale il progetto, caratterizzato anche da attività ludico-ricreative. «In queste persone c’è sempre una grossa potenzialità e voglia di vivere in modo degno».

Le donne e la possibilità di ricominciare

A dimostrarlo sono anche le vittime di violenza protagoniste del progetto “Politeia – Casa di semiautonomia”, realizzato lo scorso anno da Differenza Donna con i fondi dell’8×1000 della Chiesa Valdese, che garantisce alle vittime di violenza un accompagnamento specializzato per recuperare appieno un’autonomia economica e sociale al termine del periodo di ospitalità trascorso nelle case rifugio.

violenza sulle donne
Progetto Politeia. È importante recuperare il giusto rapporto mamma-bambino

«Politeia consente di ospitare, per un periodo di 12 mesi, due donne con i loro rispettivi figli in un luogo in cui portare a termine i loro progetti personali», riferisce Arianna Gentili, che è stata referente del progetto per il primo anno. «Abbiamo scelto di situare l’appartamento a Tivoli, perché vivere in un piccolo centro può garantire l’allontanamento da uno specifico contesto, oltre che una qualità di vita più sostenibile da un punto di vista economico».

A sostenere i nuclei familiari un’équipe interdisciplinare che elabora progetti “cuciti” sui bisogni dei singoli e, quando possibile, nel rispetto dei desideri. «Rimane tutto il percorso di sostegno in relazione alla violenza, poi, a seconda delle necessità, si attivano anche i vari attori della rete», fa sapere Gentili. «Tutto si decide insieme alla donna». Dall’orientamento al lavoro all’inserimento universitario per chi desidera studiare; dal sostegno scolastico per i minori al rafforzamento della genitorialità. Le donne in uscita dalla violenza sono state infatti minate nel loro rapporto con i figli, per questo, conclude Gentili, «è fondamentale aiutarle a tornare a essere autorevoli nell’esercizio di quel ruolo, dopo che qualcun altro aveva deciso per loro che non ne erano capaci».

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