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LA FORZA DEI RAGAZZI FUORI FAMIGLIA. E L’AIUTO CHE SERVE

LA FORZA DEI RAGAZZI FUORI FAMIGLIA. E L’AIUTO CHE SERVE

I ragazzi che escono dalle case famiglia danno una valutazione positiva del proprio percorso. Ma a 18 anni non possono essere lasciati soli

«Nessuno diventa adulto a 18 anni e un giorno, non chiedetelo nemmeno a noi!». È l’appello che lanciano i care leavers italiani, ovvero quei ragazzi e ragazze che terminando il loro percorso in comunità o di affido si ritrovano ad affrontare da soli il proseguimento degli studi o l’inserimento nel mondo nel lavoro. A rappresentarli è il Care Leavers Network Italia che lo scorso 29 gennaio si è riunito a Montecitorio per la seconda conferenza nazionale.

 

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La seconda Conferenza nazionale dei care leavers

Oggi questa rete nazionale coinvolge ragazzi, operatori, assistenti sociali, comunità di accoglienza e genitori affidatari ed è presente in 13 regioni italiane. L’obiettivo è tutelare i percorsi di autonomia e inserimento nella società dei giovani adulti che hanno terminato un percorso fuori famiglia. Un’istanza accolta dalla scorsa legislatura, che ha istituito un fondo a supporto dei giovani tra i 18 e i 21 anni e che quest’anno viene affiancato da un ulteriore fondo sperimentale, destinato alla fascia 21-25 anni.

«L’emendamento votato oggi è il frutto di un anno di lavoro insieme al network e ad altri soggetti», dice Emanuela Rossini, deputata presso la Commissione politiche europee. Aver aggiunto quest’altro fondo sperimentale fino ai 25 anni vuol dire offrire a ragazzi e ragazze l’opportunità di iscriversi all’Università, di completare una formazione professionale e di rafforzare la propria autonomia. Già diversi Paesi in Europa hanno introdotto leggi apposite per la tutela dei care leavers ed era necessario anche nel nostro Paese istituire formalmente questo principio di accompagnamento. I fondi previsti sono di 3 milioni all’anno, da integrare al fondo già presente per i giovani fino ai 21 anni».

 

la copertina dlel'indagine sui care leaversPercorsi positivi

Nell’aula dei gruppi parlamentari è stata presentata anche la seconda indagine campionaria nazionale sui Care Leavers , una ricerca che, attraverso un questionario, ha raggiunto circa 400 ragazzi e ragazze in Italia usciti da una comunità o da un affido. Il primo dato che emerge è che i care leavers messi a confronto con i loro coetanei sono molto più autonomi e hanno già intrapreso un percorso lavorativo o di studi (nella fascia di età 18-24 anni il 44% di loro già lavora mentre il 19% frequenta l’Università).

«Ciò che dell’indagine ci ha sorpreso è la valutazione che i ragazzi hanno fatto del loro percorso», racconta Diletta Mauri dell’Università di Trento. «Il 94% degli intervistati è stato d’accordo nel considerare il percorso in comunità o in affido come una “grande opportunità di cambiamento”, mentre l’85% lo ha considerato come una “grande ancora di salvezza”. In uno dei questionari un ragazzo ha scritto: “non chiudete le case famiglia, tanti ragazzi ne hanno bisogno!”. In questa valutazione hanno giocato un ruolo fondamentale gli operatori che li hanno accompagnati, tant’è che il 75% di loro ha chiesto espressamente di mantenere contatti con la famiglia affidataria o con gli operatori della comunità anche terminato il percorso».

Per questi giovani, che si preparano alla vita adulta, il legame con il nucleo originario è importante anche se meno del 20% di loro riceve dai genitori naturali contributi economici e materiali per poter diventare autonomi. «Le aree in cui questi ragazzi e ragazze sperimentano più malesseri sono quelli delle relazioni intime e vicine», continua la docente. «Questo probabilmente a causa delle ferite vissute nella loro infanzia. Invece i punti di forza emersi dalla ricerca sono riconducibili alla propria autonomia, al potersela cavare in situazioni difficili e alla capacità lavorativa».

Il supporto mancato

Non ci sono solo dati positivi, infatti una metà degli intervistati ha manifestato il bisogno di essere supportata negli studi universitari o professionali, ma il 62% di loro ammette di non averlo ricevuto. A questo dato si aggiunge anche quello del 55% di chi, uscito dal percorso di tutela legale,  non ha potuto beneficiare di un tirocinio di inserimento lavorativo. Questa insieme ad altre esigenze  sono state raccolte dagli stessi care leavers italiani in un documento con 10 loro raccomandazioni. Dall’instaurare relazioni significative che li aiutino nel percorso in casa o in affido, al ridurre i tempi di attesa burocratici che creano incertezza nell’adolescente; dal curare bene il passaggio dalla famiglia d’origine alla comunità, alla richiesta di maggior supporto psicologico all’interno delle strutture; da preparare bene le famiglie affidatarie che accoglieranno i ragazzi al prevedere comunità e case famiglie accoglienti ma che rispettino anche l’individualità di ciascuno.

«Non trattateci in modo diverso dai nostri coetanei» è l’appello che i care leavers rivolgono alle istituzioni, ma anche alla stessa società, dove l’età media di uscita dalla famiglia è di 29 anni per le donne e 31 per gli uomini. Per chi ha vissuto un’infanzia segnata da sofferenze o abbandoni questo percorso di autonomia è ancora più difficile e chiede il contributo di tutti.

Se avete correzioni o suggerimenti da proporci, scrivete a comunicazionecsv@csvlazio.org

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Ermanno Giuca
Ermanno Giuca

27 anni, laureato in scienze della comunicazione sociale. Ho collaborato come redattore e video-maker con diverse realtà non-profit tra cui la FIDAS (Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue) e "Salesiani per il sociale" in cui attualmente curo la comunicazione web

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