IL CINEMA DÀ EMOZIONI, QUINDI EDUCA

Alla “Giornata della critica sociale” si è parlato dell’educazione dei ragazzi attraverso il cinema e di quattro film della Festa di Roma

di Maurizio Ermisino

Samuel Goldwyn, il produttore e fondatore della Metro Goldwyn Mayer, diceva spesso «quando devo mandare un messaggio mando un telegramma». Lo ha ricordato con un sorriso Antonio Monda, direttore della Festa del Cinema di Roma, in apertura della “Giornata della critica sociale – Sorriso diverso”, tavola rotonda organizzata sabato 24 ottobre dall’Associazione “L’Università Cerca Lavoro”, presso lo spazio Rai Movie all’Auditorium Parco della Musica di Roma, dedicata all’educazione dei giovani attraverso il cinema. La battuta sta a ricordare una cosa importante: che il cinema non deve nascere per dare messaggi, ma essere libero di dare emozioni, toccando anche temi importanti. E allora, se un film è riuscito, può anche insegnare molto.

Dibattito alla "Giornata della critica sociale" durante la festa del Cinema di Roma
Dibattito alla “Giornata della critica sociale” durante la festa del Cinema di Roma

«Il cinema è il linguaggio delle immagini in movimento, ma è soprattutto condivisione dell’emozione in uno spazio buio con uno schermo luminoso», ha spiegato Monda. «Questa emozione può essere raccontata in modi diversi: attraverso un documentario sulla scuola dagli anni Trenta agli anni Sessanta, attraverso un film sulla tragedia di Ebola, attraverso il racconto di un supereroe a Tor Bella Monaca. Tutti questi film hanno a cuore dei temi. Credo che quando questi temi passano, il cinema cattura, coglie la propria essenza. E il cinema può essere educazione. Non “deve” educare: se si parte dal presupposto che il cinema debba fare qualcosa, si sbaglia. Il cinema deve lasciare la libertà ai propri autori di raccontare questa emozione da condividere. Quando è armonicamente raccontata, allora diventa grande cinema. E ha anche la funzione di educare».

Quattro film, per esempio

Il punto di partenza del dibattito sono stati quattro film, scelti tra quelli della Festa di Roma. C’è il sorprendente “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti, rivelazione della kermesse, cinecomic a tutti gli effetti, ma raccontato con la nostra cultura, quella delle periferie, del nostro pop degli anni Ottanta, una riflessione su poteri e responsabilità, sul bisogno di modelli positivi e di eroi. È ambientato a Tor Bella Monaca, dove un piccolo delinquente si ritrova dei superpoteri, e, attraverso un lungo percorso, capisce che può usarli per aiutare gli altri. “Land Of Mine”, del danese Martin Zandvlie, ci racconta la guerra dal punto di vista degli sconfitti: i tedeschi che, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, furono costretti  una a sminare le spiagge della Danimarca. Solo che erano ragazzini, senza colpe, senza esperienza. “Land Of Mine” ci costringe a ribaltare il punto di vista e a provare empatia con quelli che consideriamo i nemici, come accadeva in “Full Metal Jacket” di Stanley Kubrick, quando i soldati americani scoprivano che il temibile cecchino vietnamita altri non era che un bambino. “Registro di classe” è invece un documentario, di Gianni Amelio e Cecilia Pagliarani, che racconta, attraverso immagini di repertorio, la nostra scuola fino agli anni Sessanta. Avrà una seconda, e forse una terza parte, con la speranza di arrivare fino alla “Buona scuola” di oggi. “E-bola” è un film sul virus Ebola, raccontato con lo stile di “Contagion” di Soderdergh, che vuole mettere in evidenza il lavoro degli operatori sanitari, informare e formare il personale sanitario.

Le storie parlano d’altro

Goldwin sarebbe contento. Non sono film che vogliono mandare un messaggio. Sono film che vogliono raccontare una storia, uno stato d’animo, un problema. E sono così intensi che possono educare. Che parlino del presente o del passato, sono tutti attuali. «Guardare la scuola di ieri e i cittadini di ieri significa guardare i cittadini di oggi», spiega Cecilia Pagliarani, co-autrice di “Registro di classe”. «La cosa che più balza agli occhi sono le differenze di classi sociali: nei registri di classe si scriveva la professione del padre. L’altro aspetto importante sono i dialetti: maestri e bambini non si capivano. Questa difficoltà linguistica oggi si è solo trasformata, con l’immigrazione. L’Italia ha una storia particolare, con tante differenze tra i cittadini e i bambini. Oggi che ci sono di nuovo queste differenze possiamo chiederci come sono state risolte un tempo per risolverle oggi».

Se la scuola è il momento fondamentale dell’educazione di un ragazzo, anche i modelli forti e positivi lo sono. I supereroi sono la nuova mitologia, piaccia o no hanno contribuito alla formazione di milioni di ragazzi e continuano a farlo. Un supereroe che nasce nelle periferie italiane può essere un modello ancora migliore per identificarsi. «L’obiettivo era quello di raccontare la ricerca dell’identità, una persona che aveva perso la fiducia in se stesso, forzandosi in un mondo che credeva essere il suo,  ma non lo era» ha raccontato Gabriele Mainetti, il regista di “Lo chiamavano Jeeg Robot”. “Grazie alla relazione profonda che nasce con una ragazza si accorge dell’altro e degli altri. Ci piaceva portare sullo schermo il classico viaggio dell’eroe, e raccontare che le cose possono cambiare. Ogni scena era funzionale a raccontare questo cambiamento. Volevamo mettere il personaggio di fronte a delle difficoltà e vedere come si comportava».

Nasce invece con un fine preciso, “E-bola”, grazie a un progetto patrocinato dal Ministero della Salute e dal Ministero degli Affari Esteri e a una casa di produzione, la Falcon, specializzata in film formativi pensati per addetti ai lavori. È nato per volontà del Consulcesi Club per fornire ai propri medici uno strumento per informarsi e conseguire crediti ECM. «L’idea è nata dal produttore del film», racconta Cristian Marazziti, il regista. «Mi diceva spesso che si parlava tanto di Ebola, ma in maniera superficiale, non informativa, e che c’era il bisogno di parlarne in maniera più dettagliata. Perché allora non fare un film per il grande pubblico, formativo per il personale sanitario, senza essere didascalici, ma raccontando una grande storia? Volevamo sensibilizzare e dare una voce agli operatori sanitari. Mentre scrivevamo la sceneggiatura Fabrizio Pulvirenti si è ammalato in Sierra Leone. E ci siamo adattati alla sua storia».

Il superoe dentro di noi

Alla fine della tavola rotonda è stato chiesto agli autori cosa avrebbero pensato se fossero stati dei ragazzi di diciotto anni e avessero visto i propri film.  «Abbiamo raccontato un personaggio che potrebbe dire “se ho questo potere mi prendo tutto, non mi frega niente di nessuno”, e invece non accade» spiega Mainetti. «Grazie all’amore alza la testa e si relaziona agli altri. La speranza è che dentro di noi ci sia un supereroe, che ci possa far fare qualcosa per gli altri». «Io sarei rimasto colpito da un europeo che lascia tutto e va in Africa», confessa Marazziti. «Il coraggio che ho visto nel mio protagonista è quello che mi ha portato a fare il film». «Se a diciotto anni fossi uscita dalla visione di questo documentario, mi sarei chiesta qualcosa su alcune vecchie immagini, che sono lastre di vetro, le avrei cercate sul telefonino, e non le avrei trovate», risponde Cecilia Pagliarani. «Sarei andata in una biblioteca o in un museo a cercarle. Non si può trovare tutto sul web. E il fatto di non avere tutto a disposizione stimola».

La foto in alto è di Emanuela Scarpa

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