PIANO ROM: È UN FALLIMENTO, SERVE IL TAVOLO CITTADINO

È l'allarme della 21 Luglio, che chiede lo stop e la ridiscussione del Piano. Stasolla: «Arrivano a 300 gli insediamenti abusivi, 2000 le persone parcheggiate in strada».

di Chiara Castri

L’immediata sospensione di ogni futura azione e la totale revisione del Piano Rom all’interno di un tavolo cittadino che coinvolga le comunità interessate e le organizzazioni che si occupano del tema Rom per individuare le criticità, definire nuove linee di azione, ricucire i rapporti di fiducia.

 

piano romQuesta la richiesta dell’associazione 21 Luglio, che ieri a Roma ha presentato Dove restano le briciole, report a 30 mesi dall’avvio del Piano Rom della giunta Raggi. Dure le parole del presidente, Carlo Stasolla, che parla di fallimento: «Un Piano contraddittorio e poco trasparente, mai condiviso con la cittadinanza e caratterizzato dal rifiuto a qualsiasi supporto esterno – compresa l’adesione a programmi europei -, accompagnato da una narrazione poco aderente alla realtà. Un Piano le cui azioni hanno avuto un impatto quasi insignificante se rapportate alle ingenti somme di denaro impegnate».

A Maggio 2017 il Piano Rom veniva presentato come un innovativo – e per la prima volta organico – intervento che, puntando sui quattro assi della casa, del lavoro, della salute, della scuola, avrebbe affrontato e superato in maniera definitiva la questione degli insediamenti monoetnici presenti a Roma, ispirandosi, tra l’altro, alle best practice italiane ed europee. «Nel piano», ha spiegato Stasolla, «era prevista una valutazione annuale ex post  che avrebbe dovuto fornire un quadro chiaro sull’impatto dei programmi previsti. Da allora, tuttavia, l’amministrazione capitolina non ha mai reso pubbliche relazioni di monitoraggio. Con il report vogliamo approfondire come la visione strategica del Piano abbia preso corpo negli atti dell’amministrazione e impattato sulle comunità rom».

L’associazione 21 Luglio registra numeri preoccupanti. Il Piano Rom individua nella capitale 11 villaggi attrezzati e insediamenti tollerati. Le azioni previste riguardano le circa 4500 persone censite tra gennaio e febbraio 2017 dal Gruppo Sicurezza Pubblica ed Emergenziale  della polizia locale di Roma Capitale negli insediamenti formali di Lombroso, Candoni, Gordiani, Camping River, Castel Romano, Salone, la Barbuta, Salviati 1 e 2, Monachina, Barbuta esterno.  Tuttavia, come si denuncia nel report, il patto di responsabilità solidale, che le famiglie rom devono sottoscrivere per poter beneficiare delle azioni di inclusione previste nei quattro assi del piano, è stato firmato a La Barbuta e Monachina solo dal 19% delle famiglie residenti, a Camping River solo da 44 dei nuclei originariamente presenti.

 

piano rom

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CASA. Quello dell’abitare è un asse fondamentale per il superamento degli insediamenti. Se nel Piano si parla di compartecipazione alle spese di locazione, di coordinamento fra i Dipartimenti per l’auto recupero del patrimonio immobiliare comunale, di sostegno economico per l’accesso al mercato immobiliare  e di rientro volontario assistito  solo per le famiglie di più recente arrivo in Italia, la realtà è ben diversa. Il buono casa è stato erogato solo in 12 casi a Camping River, mentre,  limitatamente a La Barbuta, i 21 ingressi nell’edilizia residenziale pubblica risultano essere il risultato delle domande effettuate dai residenti a prescindere dal Piano Rom. Nel report si osserva come il successo di questa soluzione abitativa abbia incoraggiato molte famiglie a propendere per questa soluzione, come emerge dai dati presentati dall’amministrazione capitolina alla Commissione europea a giugno 2019 per cui a La Barbuta sono state presentate 39 domande di alloggio nell’edilizia residenziale pubblica.  Circuito che, però, resta al di fuori del Piano Rom: come anche sottolineato dall’Ufficio speciale Rom Sinti e Camminanti del Comune, non esiste collaborazione tra questo e il Dipartimento Politiche abitative che si occupa delle assegnazioni delle case popolari. L’alternativa proposta sono i rimpatri volontari assistiti, inizialmente inseriti nel Piano Rom solo per le persone appena giunte nel nostro paese.

 

IL LAVORO. Nel Piano Rom quando si parla di lavoro si parla di formazione e pieno accesso a tutte le opportunità  presenti nel mercato del lavoro; regolarizzazione della precarietà, empowerment e creazione di imprese; start up , occupazione giovanile di genere. Tuttavia, anche in questo caso, quella offerta dal report è una realtà diversa. Ad eccezione di corsi di formazione e tirocini (a la Barbuta ne sono stati attivati solo 15 e nessuno a Monachina), infatti, nulla di quanto previsto si è poi concretizzato. «Dopo due anni», ha dichiarato Stasolla, «Il Comune si è reso conto che il problema più rilevante nell’inserimento lavorativo è la scarsissima alfabetizzazione. A tale livello corrispondono quasi esclusivamente professioni che non prevedono l’uso della scrittura o la comprensione di uno scritto, riducendo così la forbice degli impieghi previsti».

 

LA SCUOLA. Nel Piano l’asse scuola punta alla promozione dell’accesso non discriminatorio alle scuole di ogni ordine e grado, al contrasto all’abbandono scolastico, all’istruzione universitaria, in una costante collaborazione tra scuola, famiglie, territorio. Nella realtà, denuncia il report, l’impatto sulle comunità è , di fatto, inesistente. Peggio: negli ultimi tre anni si assiste ad un decremento dei minori rom iscritti a scuola del 56%.

 

SALUTE. Anche sul versante salute la realtà resta distante dagli obiettivi del Piano. «L’unica azione fatta», ha denunciato Stasolla, «riguarda una campagna vaccinale in favore dei bambini rom promossa nel 2018  anche per favorire le iscrizioni a scuola, per cui risultano vaccinati 800 minori». Le campagne vaccinali, tuttavia, vengono ripetute ogni anno e possono, per il report, attivare processi di deresponsabilizzazione che scoraggiano il normale accesso ai servizi sanitari pubblici.

La questione rom, come il report denuncia e come Stasolla ha ribadito ieri con forza, «è stata gestita con un’azione a imbuto dove gli importanti propositi sono andati ridimensionandosi negli atti e nei bandi, per poi ridursi sensibilmente nelle azioni svolte all’interno degli insediamenti, con un impatto trascurabile se misurato alle intenzioni iniziali. Il campo rom è così diventato lo spazio “dove restano le briciole” di quanto annunciato il 31 maggio 2017».

 

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INSEDIAMENTI ABUSIVI E SGOMBERI al contrario crescono.  Dalla presentazione del Piano a maggio 2017, gli sgomberi forzati di insediamenti informali registrati sono 104, con un impegno di spesa stimato in oltre 3 milioni di euro. Sgomberi forzati che, come ribadisce Stasolla, «continuano a spostare il problema senza risolverlo e sono una violazione dei diritti fondamentali di persone che continuano ad essere sulla strada. Le persone sgomberate da Raggi sono le stesse sgomberate da Veltroni e Alemanno. Ora, però, la preoccupazione è per una sterzata securitaria con l’approssimarsi delle elezioni».
Senza contare che oramai dagli insediamenti formali completamente abbandonati nella gestione si assiste ad un crescente travaso di persone verso gli insediamenti informali, saliti a più di 300 nella Capitale (sono ad oggi 2mila i rom presenti in insediamenti informali, con un incremento di 800 unità).

 

I FONDI. Quando il Piano fu presentato i vertici pentastellati avevano assicurato che i fondi per lo smantellamento dei campi rom sarebbero arrivati dall’Unione europea. In realtà, come si spiega nel report,  ad eccezione dei fondi europei intercettati al tempo da Ignazio Marino per i primi due campi, Barbuta e Monachina, i fondi per il Piano Rom sono tutti fondi comunali. «Nel 2017», spiega Stasolla, «Roma ha comunicato ad un’agenzia della Commissione europea che sulla questione rom in quell’anno erano stati spesi 6 milioni di euro, ma solo dalle carte che abbiamo noi ne risultano almeno 10».

 

NUOVI CENTRI MONOETNICI? Per il presidente della 21 Luglio questa era una situazione prevedibile: «Il Piano Rom non poteva funzionare, è un Piano che si fonda sulla non conoscenza del problema, con una visione e un approccio fortemente paternalistico». Ora, come si legge nel report, rappresenta un allarme la volontà dell’amministrazione comunale di realizzare nuovi centri di raccolta per soli rom che ripropongono soluzioni abitative già sperimentate nel passato con evidenti fallimenti. Niente di nuovo per Stasolla: «per chiusura dei campi non si intende il loro superamento in termini inclusivi, ma in parte l’allontanamento di chi è senza documenti, in parte la collocazione in strutture monoetniche, quei centri di raccolta che il comune dice di voler superare. E ora con il decreto Salvini ci sono centinaia di famiglie che stanno andando verso l’invisibilità giuridica, che non potranno vedere rinnovato il permesso di soggiorno e dovranno uscire dai campi».

 

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