PORTE APERTE ALLA SALUTE: IL PRIMO CORSO SULLA SANITÀ IN AMBITO PENITENZIARIO

Organizzato dal Coordinamento Nazionale Operatori per la Salute nelle Carceri Italiane (Conosci aps), è un percorso di informazione online per volontari in carcere. L’iniziativa è patrocinata da CNCA, CSVnet e Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia. Il corso inizia il 30 aprile. È possibile iscriversi entro il 28

di Maurizio Ermisino

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Si chiama Porte aperte alla salute. Ed è il primo corso di informazione sulla sanità in ambito penitenziario e nelle misure alternative per volontari e altri operatori. È organizzato dal Coordinamento Nazionale Operatori per la Salute nelle Carceri Italiane (Co.N.O.S.C.I. aps) con il supporto di CSV Lazio ed è un percorso di formazione online per volontari in carcere. L’iniziativa è patrocinata, tra gli altri, da CNCA, CSVnet e Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia. Il corso inizia il 30 aprile e si conclude il 10 luglio 2026. È possibile iscriversi entro il 28 aprile (il modulo di partecipazione è a questo link). Quello della salute in carcere è un problema annoso e Il Volontariato può aiutare molto. Un corso come questo vuol dire che qualcosa si sta muovendo, finalmente, in un mondo che ha grandi bisogni. Come mai il primo corso di questo tipo arriva adesso? «La società è in un momento di grande rivalutazione del Volontariato e del Terzo Settore» ci ha spiegato Sandro Libianchi, presidente dell’associazione. «La co-progettazione e co-programmazione insieme al Terzo Settore è un dovere della Pubblica Amministrazione. E ha determinato dei nuovi impegni da parte del Volontariato. Questo significa che una buona parte delle persone hanno aumentato e allargato le attività all’interno di tanti settori, incluso il carcere». «L’impatto con il carcere non è mai semplice» ci spiega Libianchi. «È sempre un evento abbastanza traumatico, è un’esperienza molto forte. Nella forza di questo impatto ci sono delle paure. Sono quelle per le aggressioni, per il fatto di prendere qualche malattia, per come gestire i tossicodipendenti o le persone con disagio mentale. Tutti i quesiti che si pongono i volontari che vanno a lavorare in carcere sono molto importanti per permettere un lavoro serio, sereno e produttivo. Proprio per questo da parte di alcune grandi associazioni c’è stata una richiesta specifica di organizzare degli incontri per capire come potevamo incidere positivamente su questa popolazione di lavoratori. Abbiamo fatto un’inchiesta su quelle persone che avevano più attivamente richiesto questo intervento, raccogliendo le domande singole, gli argomenti più importanti da trattare e il modo in cui trattarli».

Non solo carcere, ma misure alternative e post detenzione

Dietro un corso di formazione di questo tipo c’è un grande lavoro. «Abbiamo cercato di capire come veicolare meglio un nostro messaggio formativo e informativo chiedendo, a un gruppo di una sessantina di persone che già praticavano un’opera di volontariato, le proprie attività lavorative, il livello culturale, l’età anagrafica, il genere» spiega. «Questo ci serviva per calibrare gli interventi, che devono essere consoni al livello recepito da parte del discente. Abbiamo pensato di non fare un evento unico, ma un vero e proprio corso di più sedute. A seguito delle quali ci proponiamo di valutare gli effetti per la popolazione interessata e gli eventuali correttivi, in modo che nei prossimi mesi si possano fare degli incontri di aggiornamento. Anche perché le leggi cambiano continuamente». La definizione di ambito penitenziario non è casuale. «Non è solo il carcere» precisa Libianchi. «Ma sono anche le misure alternative. È la post detenzione, che è un problema serissimo perché fa il bilanciamento con la recidiva. Si deve sempre presupporre che ci sia questo rischio, a cui dobbiamo far fronte il più possibile per impedirlo». «Alla fine di questo corso faremo un report, valutando tutto quello che di buono e di meno buono è successo» aggiunge. «E ognuno di questi elementi sarà utile per rimodulare il prossimo corso». Quanto alla figura del volontario in carcere, non c’è un tipico volontario, le fasce di età sono varie. «C’è un picco di molto giovani e un picco di anziani» analizza Libianchi. «I giovani lavorano in maniera retribuita meno frequentemente, e gli anziani sono pensionati».

Lavorare in carcere: competenze, sensibilità, comprensione delle dinamiche

Perché un corso di formazione specifico? Lavorare in carcere richiede competenze peculiari, sensibilità e un’approfondita comprensione delle dinamiche penitenziarie e delle esigenze psico-sociali dei detenuti. «Quello delle competenze è un discorso molto particolare» commenta Libianchi. «La legge del Volontariato non presuppone ostacoli nelle competenze particolari per attivarsi. A fronte di una buona volontà, bisogna però che non ci sia improvvisazione nell’utilizzo di questi strumenti che la legge ci permette. L’improvvisazione è una cosa utile nei momenti di difficoltà che ci possono essere, ma non può essere un sistema. La preparazione, lo studio, anche basic, è insostituibile negli ambienti critici come le RSA, gli ambienti che ospitano soggetti portatori di handicap o con disagio mentale».

La riconciliazione con i tessuti sociali di appartenenza

Perché partecipare? Per essere strumenti di cambiamento positivo e per acquisire competenze trasversali utili anche nel quotidiano, per contribuire concretamente alla costruzione di una società più giusta e solidale, per vivere un’esperienza umana e professionale arricchente e significativa. Insomma, si esce da queste esperienze come persone migliori, che possono portare tanto alla società. E soprattutto alla nuova vita che possono avere le persone ex-detenute. «Questa esperienza di lavorare in ambienti estremi è utile per la persona, dà una maggiore sicurezza, strumenti di maturazione importanti» spiega Libianchi. «Da un punto di vista sociale c’è un tema importante. Queste persone che vivono nella limitazione delle libertà personali fanno parte della società e in essa devono ritornare. Se noi le proteggiamo bene, proteggiamo noi stessi. Devono essere sempre messe in evidenza le esigenze della riconciliazione con i tessuti sociali di appartenenza e con quelli che sono il proprio passato di chi è stato in reclusione. Se noi abbiamo il rifiuto delle persone con precedenti penali, questi non hanno un lavoro, non hanno una casa, hanno un problema di dipendenza, la porta è aperta sulla recidiva».

Un’attiva attesa della fine della pena

Se si cominciano a pensare corsi di questo tipo, vuol dire che finalmente la luce si accende su un mondo spesso al buio come il carcere. Si pensa finalmente alla salute. Ma, come sappiamo, questa dipende da tante condizioni strutturali che sono ancora da risolvere. «Il volontario dal punto di vista fisico non ha quasi nessuna possibilità di incidere strutturalmente sulla situazione, se non in maniera minima come portando dei giornali, dei libri, facilitando tavole rotonde o il ricongiungimento ei familiari» spiega Libianchi. «Il fatto che si porti all’interno di strutture traumatiche un messaggio di pace e di speranza, e di attiva attesa della fine della pena: non stai perdendo il tuo tempo ma hai la possibilità di riflettere e di cambiare. Su questo messaggio il ruolo di volontariato è essenziale. Anche quello di tipo confessionale: Chiesa cattolica, testimoni di Geova, i buddhisti e gli imam, visto che il 30% dei detenuti sono stranieri, e molti islamici. C’è molto da lavorare in questo senso».

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