
RAPPORTO ASTALLI: NECESSARIE POLITICHE STRUTTURALI
La domanda di richiedenti asilo e rifugiati in Italia è crescente e strutturale ed evidenzia condizioni diffuse di vulnerabilità. I numeri del Rapporto annuale 2026 del Centro Astalli. Padre Camillo Ripamonti: «La via da percorrere è investire nell’inclusione e rafforzare politiche pubbliche che garantiscano accesso ai diritti, al lavoro e alla casa»
30 Aprile 2026
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Nel 2025, 1.205 persone hanno effettuato il primo accesso ai servizi di bassa soglia del Centro Astalli a Roma, 2.543 si sono rivolte alla mensa, dove sono stati distribuiti 62.162 pasti. Sono state 1.118 le persone ospitate in strutture di accoglienza sul territorio nazionale, 31.243 gli studenti incontrati nei progetti scolastici, 877 i volontari attivi nella Rete nazionale e negli 8 enti della Rete territoriale. Sono alcuni dei numeri del “Rapporto annuale 2026” del Centro Astalli, presentato presso l’Aula della Congregazione Generale della Curia Generalizia della Compagnia di Gesù.
Dal report, alla sua venticinquesima edizione, emerge che la domanda di richiedenti asilo e rifugiati in Italia è crescente e strutturale ed evidenzia condizioni diffuse di vulnerabilità. Il 49% degli utenti della mensa è richiedente asilo, quota in aumento per il secondo anno consecutivo, a dimostrazione che l’incertezza giuridica si traduce direttamente in vulnerabilità materiale.

Rapporto Astalli 2026: attenzione alla salute mentale dei minori
Sul fronte sanitario, il SaMiFo ha assistito 2.667 pazienti, effettuando 11.977 visite, con un’attenzione particolare alla salute mentale, soprattutto dei minori, con 1.057 visite per 151 bambini e ragazzi. Questi dati rappresentano forse il segnale più urgente che emerge dal Rapporto. Sono stati 28.975 gli interventi di mediazione in 34 lingue e percorsi specialistici in psichiatria, salute mentale evolutiva e medicina legale a supporto delle domande di protezione.
I servizi legali e sociali hanno registrato un aumento delle richieste, spesso legate a situazioni di vulnerabilità multipla.
Profili sempre più complessi
Accompagnare, servire, difendere e fare rete. Sono questi i nomi delle sezioni del Rapporto Astalli di quest’anno. Nel 2025, il Centro a Roma ha accolto 199 persone in centri SAI, case famiglia, percorsi di semiautonomia e cohousing. Si registra un allungamento dei tempi di permanenza, dovuto alla crescita dei profili complessi: il 22% degli ospiti ha più di 40 anni, i casi sanitari e psichiatrici gravi sono aumentati. Oltre il 30% degli ospiti risulta occupato, a conferma che percorsi di accompagnamento continuativi favoriscono l’inserimento lavorativo. Tuttavia, trovare un alloggio autonomo resta il nodo più critico.
L’anno scorso, il Centro Astalli ha accompagnato 934 persone allo sportello lavoro, favorendo 230 inserimenti lavorativi. Persistono fenomeni di lavoro povero e sotto-qualificazione, anche in presenza di livelli di istruzione elevati. Tra le altre criticità strutturali si evidenziano lungaggini amministrative e difficoltà di accesso ai servizi digitali della Pubblica Amministrazione.
Garantire l’accesso ai diritti, al lavoro e alla casa
Accanto ai servizi, il Centro Astalli prosegue l’impegno culturale ed educativo: oltre 31.000 studenti coinvolti nei progetti nelle scuole sul diritto di asilo e il dialogo interreligioso testimoniano l’importanza di contrastare stereotipi e promuovere una narrazione più consapevole del fenomeno migratorio. «Dall’esperienza quotidiana del Centro Astalli, maturata in 45 anni di lavoro accanto ai rifugiati, emerge con chiarezza che la via da percorrere è investire nell’inclusione», ha detto padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli. «Non come risposta emergenziale o atto di generosità, ma come scelta di responsabilità e lungimiranza, capace di valorizzare il contributo che le persone rifugiate possono offrire al Paese. Per questo è necessario rafforzare politiche pubbliche coerenti e strutturali, che garantiscano accesso ai diritti, al lavoro e alla casa. Le sfide che abbiamo davanti possono diventare fattori di divisione oppure un’opportunità per costruire una società più coesa: la direzione dipende dalle scelte che siamo chiamati a compiere oggi».
Ripamonti ha affermato che «nella sola città di Roma sono state accompagnate oltre 11.000 persone, che diventano 21.000 considerando l’intero territorio nazionale, grazie alle sedi di Bologna, Catania, Palermo, Grumo Nevano, Trento, Vicenza e Padova. Sono stati erogati, solo a Roma, 408 contributi diretti, per un totale di 114.093 euro, destinati a bisogni essenziali e percorsi di autonomia». E ha sottolineato che «non sono interventi di assistenzialismo, ma il risultato di percorsi condivisi, con progettualità studiate insieme», ha proseguito. E ha evidenziato che «l’emergenza abitativa resta una questione centrale, da Nord a Sud. La carenza di alloggi, i costi elevati e le discriminazioni rallentano i percorsi di autonomia. In questo contesto, esperienze di semiautonomia e cohousing rappresentano non solo soluzioni pratiche, ma modelli culturali alternativi, basati su responsabilità condivisa e appartenenza».
L’accoglienza è un cambiamento culturale
«Siamo analfabeti nell’accompagnare, curare e sostenere i più fragili e deboli delle nostre società sviluppate, scriveva papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti. Quello che abbiamo osservato anche quest’anno è un analfabetismo che si fa indifferenza», ha affermato il presidente del Centro Astalli. «Fatichiamo a riconoscere il significato profondo dell’accompagnare in una relazione quotidiana, continua, non spettacolare. Trasformiamo la fragilità in emergenza, le persone migranti in problemi da contenere, ci abituiamo a risposte superficiali. L’accompagnare diventa complesso per la difficoltà di creare rete efficaci tra istituzioni, servizi, comunità». Ripamonti individua «segnali di possibilità in particolare sotto l’impulso del Terzo settore: reti territoriali che si rafforzano, collaborazioni con il mondo del lavoro, percorsi formativi sempre più articolati. L’inclusione si costruisce così, giorno per giorno, attraverso relazioni di fiducia, strumenti concreti e un investimento continuo. Anche l’accoglienza è, in ultima analisi, una responsabilità collettiva. Richiede risorse, certo, ma soprattutto un cambiamento culturale: passare da una logica difensiva a una visione che riconosca nelle persone migranti non un problema da gestire, ma soggetti portatori di diritti e potenzialità. vivere insieme è possibile».
Mahamat Daoud: «La mia storia è fatta di difficoltà ma anche di speranza»
Mahamat Daoud, rifugiato del Sudan, ha raccontato: «La mia vita ha conosciuto sfide che nessuno vorrebbe affrontare. Sono nato in Darfur, in Sudan, una regione segnata da anni di guerra. Ho conosciuto l’asilo a 6 anni, quando la guerra civile ha travolto la mia comunità ci ha costretto a fuggire: ricordo molto bene la paura, il rumore delle bombe, il terrore negli occhi di chi fuggiva con me. Ho trovato un rifugio nello studio, sono riuscito a laurearmi in storia. Per me raggiungere questo traguardo è significato raggiungere una vittoria e un frammento di futuro che mi era stato rubato», ha detto Daoud. «In Libia pensavo di aver trovato la salvezza ma mi sono scontrato con una realtà dura. Sono stato detenuto senza motivo solo per il colore della mia pelle. Ho visto violenze e supplizi che non dimenticherò mai. Ho scelto di non restare in silenzio. Non riuscivo ad accettare che ci portassero via la dignità. Quando la situazione in Libia è diventata insopportabile ho proseguito per la Nigeria e il Marocco. Stavo quasi per arrendermi quando ho deciso di correre un ultimo rischio: affidarmi al mare in cerca di salvezza. Insieme a più di 45 persone ho intrapreso un viaggio. Guardavo l’acqua del mare», ha continuato, «pensavo a quello che avevo lasciato e a quello che non avrei mai più potuto vedere. Oggi vivo in Italia, porto con me la speranza, le esperienze vissute e il ricordo di chi non ce l’ha fatta. Lavoro come mediatore culturale cercando di abbattere la barriera della lingua e di mettere in contatto le persone. La mia storia è fatta di difficoltà ma anche di speranza. Il mio sogno più grande è di mettere fine alle sofferenze delle persone. Ogni persona ha diritto di essere salvata».
Monsignor Gian Carlo Perego: «Non si può non permettere alle persone di sperare»
«Lo sguardo oggi dovrebbe essere sui Paesi giovani, destinati a rigenerare il mondo. L’Africa ha un’età media di 21 anni. L’anno scorso sono stati spesi nel mondo 2800 miliardi per le armi e 280 miliardi nella cooperazione internazionale», ha detto monsignor Gian Carlo Perego, presidente della Commissione Episcopale per le migrazioni e della Fondazione “Migrantes”. «Se il nostro interesse va in questa direzione, sempre più la povertà porterà le persone a mettersi in cammino. Non si può non permettere alle persone di sperare».
Immagini Francesco Malavolta per Centro Astalli






