YEMEN: «LE VIOLAZIONI DELL’ITALIA SONO GRAVI, PALESI E RIPETUTE»

Annunciato il ricorso contro la richiesta di archiviazione della Procura di Roma, dopo la denuncia penale di una coalizione di ONG contro UAMA e RWM Italia

di Giorgio Marota

Secondo l’ONU, la guerra in Yemen si è trasformata nella peggior crisi umanitaria del mondo. È iniziata nel 2015 e ha ucciso 13 mila persone, costringendone 12 milioni alla fame. La coalizione guidata dall’Arabia Saudita, di cui hanno fatto parte Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuwait, Egitto, Giordania, Marocco, Senegal, Sudan e Qatar e che fronteggia i ribelli houthi appoggiati dall’Iran, ha bombardato ospedali (5 costruiti da Medici Senza Frontiere sono stati letteralmente rasi al suolo), scuole e centri di accoglienza. Si bombardano anche le case. E su questi ordigni c’è anche la firma italiana, almeno fino al 26 giugno 2019, data in cui la Camera dei Deputati ha approvato la mozione Cabras (presentata dalla maggioranza di Governo) che ha sospeso le forniture verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, applicando per la prima volta una possibilità prevista dalla Legge n. 185/1990 che vieta l’esportazione di armi “verso Paesi in conflitto armato”.

L’Italia, comunque, sarebbe stata responsabile di crimini di guerra nello Yemen per 4 anni. È per questo motivo che una coalizione di organizzazioni della società civile ha annunciato ricorso contro la richiesta di archiviazione della Procura di Roma, dopo un’azione legale promossa a partire da un caso specifico.

 

IL CASO CONTRO UAMA E RWM ITALIA. L’8 ottobre 2016, un attacco aereo ha ucciso una famiglia (padre, madre incinta e altri 4 bambini) nello Yemen nord-occidentale. Sulle bombe nel luogo del massacro è stato rinvenuto il codice che a livello internazionale identifica l’Italia (il numero 15). Nello specifico si tratta di un gancio di sospensione prodotto da RWM Italia S.p.A., una controllata del produttore tedesco di armi Rheinmetall AG, che ha sede a Domusnovas, in Sardegna. L’ECCHR, il Centro europeo per i diritti costituzionali e umani, Mwatana per i diritti umani e la Rete Italiana per il Disarmo, hanno presentato una denuncia penale contro l’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento (UAMA), l’ente che autorizza l’esportazione di armi, e contro la stessa RWM Italia. Nonostante le ricerche approfondite e le prove a sostegno della tesi d’accusa, il procuratore ha chiesto l’archiviazione del caso.

 

 

La licenza specifica di quella bomba è precedente all’inizio del coinvolgimento saudita nel conflitto in Yemen, ma l’esportazione è successiva e poteva essere fermata sia dalle autorità che dalla compagnia. Compagnia che nel bilancio conclusivo del 2015 scriveva “a causa dei conflitti in Medio Oriente è da tenere presente un possibile rischio che le licenze possano subire ritardi o arresti in base a decisioni politiche del governo italiano”. In qualsiasi caso, anche dal punto di vista delle aziende, “non sapere” non rappresenterebbe comunque un alibi: le norme internazionali invitano anche i lavoratori ad alzare l’attenzione per sapere dove vanno a finire i propri prodotti.

«La violazione è grave, palese e ripetuta» ha sostenuto Francesco Vignarca della Rete Italiana per il Disarmo, durante una conferenza stampa tenutasi a Roma, nella sede del Csv Lazio. «L’inchiesta dimostra che quando l’ordigno ha lasciato il nostro Paese, in Italia c’era già la consapevolezza che la guerra fosse iniziata e che era in atto una grave violazione dei diritti umani da parte della coalizione saudita». Secondo un’inchiesta della BBC, approfondita dal programma “Le Iene”, ci sarebbe addirittura un coinvolgimento dell’Italia nel transito di carri armati americani nello Yemen tramite il porto di Livorno.

 

caso contro UAMA e RWM Italia
Immagine Rete italiana per il Disarmo

Le ONG hanno 20 giorni per l’opposizione alla richiesta di archiviazione. La faranno, portando il caso contro UAMA e RWM Italia davanti a un giudice. Ci sarebbe, sostiene Francesca Cancellaro dello Studio Legale Gamberini, un abuso d’ufficio (ai sensi dell’articolo 323 del Codice Penale) di chi ha concesso autorizzazione all’esportazione e una responsabilità in concorso della morte di queste vittime. «Oltre all’esposto abbiamo presentato altre 2 memorie integrative e durante l’indagine sono emersi elementi ulteriori. La richiesta di archiviazione è inspiegabile» ha argomentato l’avvocato. «Questo caso non riguarda solo aspetti economici o vantaggi commerciali impropri. Chi ha prodotto gli ordigni e ne ha autorizzato l’esportazione ha sulla coscienza migliaia di morti oltre ai 6 della bomba da cui siamo partiti».

I documenti dell’inchiesta mostrano come a novembre 2017 siano state concesse ancora autorizzazioni ad esportazioni di armi verso i membri della coalizione saudita, nonostante le documentate gravi violazioni del diritto umanitario e come il processo decisionale svolto dall’UAMA non sia stato conforme alla Legge italiana. Questa azione viaggia in parallelo con altre, vedi Inghilterra e Belgio. A gennaio 2016, dopo che l’ONU ha certificato violazioni umanitarie, l’Italia ha esportato bombe per 411 milioni di euro. «Abbiamo controllato tutte le licenze di esportazione degli ultimi 4 anni e tutte potevano essere fermate perché mettevano delle bombe nelle mani di chi le usava per colpire bambini e civili. Tutti sapevano». Un’accusa di cui qualcuno, prima o poi, dovrà rispondere.

 

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Immagine di copertina: Rete italiana per il Disarmo

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