AZZARDOPATIA: LA FORTUNA È CIECA, LA MATEMATICA NO

Contro l’azzardopatia può essere d’aiuto la matematica, ne sono conviti i promotori del progetto “Scommetti che è una sòla?”

di Lucia Aversano

Francesco è sposato, è padre di tre figli, ed è impiegato di banca; ha una laurea in Economia e Commercio e non ha mai inserito nemmeno una monetina in una slot machine, ma da alcuni anni frequenta il Centro Caritas per le dipendenze da gioco, perché rientra tra le vittime dell’azzardopatia. La sua testimonianza è stata riportata a margine dell’incontro, tenutosi lo scorso 18 gennaio a Roma, presso i locali della Chiesa del Ss. Sacramento, dal titolo “Scommetti che è una sòla”. L’incontro è stato promosso dalla parrocchia Ss. Sacramento, nel quartiere Prenestino,  e dall’associazione Va fa’n bene.

 

La storia di Francesco

«Ho iniziato a giocare nel 1996», spiega Francesco. E in passato, al massimo, giocavo una schedina al Totocalcio, com’era abitudine di molti, in quegli anni. Nel 1998 mi sono ritrovato a giocare due numeri al Lotto, che, a pensarci bene, nemmeno volevo giocare; ma la tabaccaia insistette, e io giocai. I numeri uscirono, e con 2.000 lire vinsi 1.500.000 lire. Col senno di poi, dico che quella è stata la mia sfortuna, perché da quel giorno ho iniziato a giocare una volta a settimana (all’epoca ancora si giocava una volta a settimana). Avevo smesso di fumare e quindi i soldi, risparmiati sul fumo, me li giocavo al lotto. Non vedevo nulla di male.»

 

azzardopatia
Un momento dell’incontro nella parrocchia Ss. Sacramento, a Roma

La sfortuna di Francesco inizia con il primo di una serie di colpi di fortuna «dopo qualche anno mi è capitato di giocare tre numeri a caso, e ho fatto terno vincendo circa 20.000.000 di lire. Con i soldi della vincita ho regalato un televisore ai miei parenti, a una sorella ho regalato qualche soldo e mi sono comprato casa nuova. Ho continuato a giocare: nel frattempo erano usciti nuovi giochi e giocavo una, due, tre volte a settimana. Insomma avevo iniziato a giocare sempre più spesso, avevo i miei appuntamenti fissi, ma non ci vedevo ancora nulla di strano. Dopo qualche tempo ho fatto un altro terno e lì qualcosa nella testa a iniziato ad incepparsi: mi dicevo “io vinco sempre”, io “sono fortunato”. Quindi ho iniziato a giocare di più e a più giochi; addirittura un giorno vinsi mille euro con un Gratta&vinci e ne vinsi altri mille il giorno dopo. Quei bei discorsi sulla statistica che conosco bene, avendo fatto due esami di statistica a Economia e Commercio, non mi riguardavano più. Da lì cervello ha iniziato a scollegarsi dalla realtà e sono arrivato nel 2013, anno dell’ultima vincita, 13.000 euro, a perdere il controllo. Le giocate aumentavano sia di entità che di quantità, giocavo sempre, al bar durante la pausa caffè, dopo il lavoro… Ho iniziato a perdere i soldi che avevo vinto e quelli che avevo e mi sono ritrovato a chiedere un finanziamento. Lavoravo in banca e ho potuto farlo anche se rischiavo il posto, ma fortunatamente il mio cervello ha funzionato e non mi sono rivolto mai agli strozzini, però il mio rapporto di indebitamento era arrivato all’80% del mio stipendio. La situazione era diventata insostenibile e ho dovuto palesare questo alla mia famiglia.»

La testimonianza di Francesco racconta una storia tutto sommato a lieto fine, e sebbene abbia rischiato di perdere lavoro e famiglia, grazie all’aiuto delle persone che aveva intorno prima e degli psicologi poi, è riuscito a non ritrovarsi solo, in miseria e vittima della mafia, tutti rischi concreti di chi è affetto da azzardopatia.

 

Più gratti, più perdi

All’incontro tenutosi lo scorso 18 gennaio hanno preso parte anche Luca Addiucci e don Maurizio Mirilli, promotori del progetto “Scommetti che è una sòla?”; e Mario Urbinati, operatore della Caritas dell’ufficio “(S)lottiamo l’azzardo”. Luca Addiucci è un professore di matematica che, insieme a don Maurizio, ha portato il progetto contro l’azzardopatia in giro per le scuole del V Municipio, per sensibilizzare sui pericoli legati al gioco d’azzardo.  Il loro approccio per spiegare ai giovani la “sòla”, ovvero la truffa, che si cela dietro l’azzardo è quello di utilizzare la matematica come strumento di prevenzione e mostrare il meccanismo del calcolo delle probabilità. Una prassi mutuata dall’associazione Taxi1729 attiva a Torino.

 

L’esempio che riporta il professor Addiucci è molto semplice: il lancio di due monetine. «Prendiamo tre giocatori che scommettono sul lancio delle monetine: il primo giocatore scommetterà su l’uscita di croce – croce, il secondo sull’uscita di testa – testa, e il terzo, identificato come banco, scommetterà sull’uscita di testa – croce, voi su quale giocatore puntereste?». Durante la dimostrazione il professore ha spiegato che ciascun evento ha la probabilità di verificarsi una volta su quattro: croce –croce; testa –testa, croce – testa; testa croce; ma è il banco, il giocatore che punta su croce-testa, quello che ha il 50% delle probabilità di vittoria, mentre gli altri solo il 25%.  È pura e semplice matematica e «chi crea i giochi d’azzardo, questi conti li sa fare, e li sa fare molto bene. Siamo noi a pensare che dipenda dalla fortuna, ma chi ha ideato il gioco, lo ha fatto per guadagnare, non per fare beneficenza». La matematica non può prevedere il futuro, e dunque calcolare se il numero o la figura che uscirà sarà quella vincente, ma può calcolare in maniera esatta che, sul lungo periodo, il giocatore va sempre in perdita.

Un esempio è quello dei Gratta&vinci: andando sul sito Lottomaticaitalia.it, oltre alla ragguardevole  varietà dei giochi offerti, è possibile conoscere quanti sono i biglietti vincenti sul totale emessi e conoscere le probabilità di vincita correlata alla somma di denaro. I biglietti fortunati, quelli che nascondo le grandi somme, hanno la probabilità di essere grattati 1 volta su 142 milioni o giù di lì, dipende dalla tipologia di biglietto. Pescare il cartoncino fortunato è praticamente impossibile, ma aggiudicarsi piccole somme invece è molto probabile. E questo accade perché se il giocatore non vincesse mai non giocherebbe più. L’azzardo si basa su quello che gli psicologi chiamano il rinforzo positivo intermittente: ad ogni vincita, anche piccola, si ritenta la fortuna. Un altro fattore, ancora più subdolo della piccola vincita, è la quasi vincita, che spinge il giocatore a ritentare subito la sorte. In altre parole, il giocatore è continuamente spronato a giocare, perché più gioca e più le perdite superano i guadagni.

 

L’industria miliardaria dell’azzardo

«L’universo dei giocatori è di circa 30 milioni di persone – si legge nel ddl s. 931 del Senato –  delle quali circa 2 milioni sono a rischio dipendenza, ed a tutt’oggi si calcolano in circa 800.000 i giocatori patologici (il doppio dei tossicodipendenti che sono circa 393.000). Sono calcolati in circa 500.000 i minorenni che vanno a scuola e già scommettono; dal 2000 al 2009 gli studenti che riferiscono di investire in giochi in cui si vincono o perdono soldi sono passati dal 39 per cento al 50 per cento».

Secondo i dati pubblicati sul Libro blu dell’Adm, Agenzia Dogana e Monopoli (già Aams), nel corso del 2018, gli italiani hanno speso complessivamente nei giochi d’azzardo circa 106,8 miliardi di euro. Di questi, la perdita effettiva dei giocatori è stata pari a 18,9 miliardi di euro. Se si va ad analizzare i dati a ritroso nel tempo, le scommesse hanno avuto una crescita costante: dai 28,5 miliardi del 2005 si è passati ai 106,8 del 2018 (le cifre riguardanti il 2019 usciranno tra qualche tempo). La spesa pro capite varia da città a città. Nei comuni del Lazio, secondo il database sull’azzardo presente sul sito lab.gedidigital.it, a Roma la spesa per il gioco d’azzardo ammonta a 1776 euro, mentre a Viterbo è stato calcolato che sono 1664 gli euro spesi da ciascun abitante. A Rieti la cifra procapite è pari a 1247 euro, mentre le province di Frosinone e Latina superano i duemila euro procapite in giocate, spendendo rispettivamente 2534 euro e 2074 euro all’anno. I dati sono riferiti al 2017 e dunque le cifre vanno riviste al rialzo.

 

Sempre facendo riferimento ai dati presenti sul libro blu, i giochi d’azzardo che vanno per la maggiore sono le slot machine e le videolottery, che assorbono quasi la metà dei giocatori. Queste, oltre ad essere le più appassionanti, sono considerate anche le più pericolose in quanto a sviluppo delle dipendenze, poiché presentano una serie di elementi di rinforzo positivo (vincita immediata, brevità della partita, jackpot elevato e così via) che spingono il giocatore a puntare compulsivamente. L’altra metà della torta è suddivisa in modo pressoché uniforme tra i giochi online come poker e casinò, le scommesse sportive i Gratta&vinci le lotterie, il bingo e il gioco del lotto.

Sebbene alcuni di essi in apparenza risultino addirittura innocui, sono considerati azzardo, in quanto sono effettuati a scopo di lucro e la vincita è aleatoria. Giochi con tali caratteristiche sono vietati dal codice penale perché la loro pericolosità sociale è nota. Tuttavia, le restrizioni statali, in termini d’azzardo, hanno iniziato ad allentarsi dagli anni ’90 in poi quando, vista la situazione economica e finanziaria del Paese, i governi iniziarono a pensare all’azzardo come una possibile entrata per le casse dell’erario. E non è un caso che la quantità di giochi sia aumentata fortemente a partire dagli anni ’90 (il Gratta&vinci nasce appunto nel 1994) fino ad arrivare, con internet, ad avere giocatori sempre connessi. In Italia, il gettito fiscale delle giocate, con riferimento all’anno 2018, ha raggiunto i 10,4 miliardi di euro. Che, a conti fatti sono briciole rispetto al giro d’affari che muove questo settore. La “sòla” dietro al gioco d’azzardo, dunque, non riguarda solo i giocatori ma anche lo  Stato e quindi tutti noi.

Se avete correzioni o suggerimenti da proporci, scrivete a comunicazionecsv@csvlazio.org

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