LA VITA IN CARCERE, TRA DONNE INVISIBILI E CELLE LISCE

Pensata al maschile, vittimizza ed è carente nel reinserimento. Il punto sulla detenzione in Italia nella prima relazione del Garante in Parlamento

di Claudia Farallo

Le carceri italiane? Penalizzano le donne, vittimizzano e sono carenti nel trattamento del disagio mentale. Questi sono alcuni degli elementi critici che Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone detenute e private della libertà personale, ha sottolineato ieri presentando la prima relazione annuale al Parlamento.
L’evento, che ha visto la partecipazione della presidente della Camera, Laura Boldrini, ha permesso di fare il punto sullo stato degli istituti di detenzione nel Bel Paese, mettendo anche a fuoco alcuni punti su cui intervenire. A partire dalle donne.

Donne invisibili

Sul fronte femminile infatti è emerso un quadro che le vede a rischio di «diventare invisibili e insignificanti per il sistema penale», come ha sottolineato il Garante.

vita in carcere
Il carcere di Rieti. Di Next New Media e Antigone per “Inside carceri”, il web doc inchiesta sulle prigioni italiane

Le donne rappresentano una percentuale piccola rispetto all’intera popolazione detenuta: il 4,2% (2.338 su un totale di 55.381) secondo le stime al 31 gennaio. Frutto anche di questo, la detenzione è stata sempre «pensata al maschile», facendo arrivare solo a quattro gli istituti penitenziari femminili dello Stivale: Trani, Pozzuoli, Rebibbia e Venezia Giudecca, con una capienza di 537 posti e una presenza di 589 donne. Le altre 1.794 si trovano distribuite nei 46 reparti femminili all’interno di istituti maschili.
Lì, ha detto il Garante, le donne «rischiano di avere meno spazio vitale, meno locali comuni, meno strutture» e meno opportunità formative rispetto agli uomini. La presenza di pochi istituti femminili, inoltre, si traduce nella «violazione di fatto del principio di territorialità della pena». Situazione simile la vivono detenuti trans e omosessuali, anche loro a rischio “ghetto”.

Mai adulti

Anche sul fronte della responsabilizzazione c’è strada da fare: “spesino”, “scopino”, “rattoppino” e “domandina” sono solo alcuni degli termini che finiscono in “ino” con cui vengono definite le azioni dei detenuti dentro il carcere.

Un «linguaggio per i mai adulti», lo ha definito il Garante, che «contribuisce a rendere più difficile il percorso di reinserimento delle persone» e che rientra in una più generale «tendenza ad attivare processi di infantilizzazione nelle persone detenute». Un sistema che «spinge a vivere ogni rifiuto come un sopruso, alimentando un atteggiamento di vittimizzazione e un senso di ingiustizia subito: l’esatto contrario del processo di assunzione di responsabilità», ha fatto notare il Garante.

Vita in carcere e celle lisce

Un’altra carenza si evidenzia dal punto di vista sanitario, nel trattamento del disagio mentale. Un settore specifico che esige figure professionali altrettanto specifiche, ma che, come ha sottolineato il Garante, vedono l’impiego di persone «spesso chiamate a compiti di forte responsabilità ed esposizione, diversi da quelli per i quali sono stati formate». In particolare, Palma ha riscontrato «uno scarso impegno dei servizi sanitari locali» e la tendenza a configurare questi speciali ambienti come «mere sezioni detentive con qualche maggiore presenza di psichiatri e un alto impiego di farmaci».

E poi c’è l’isolamento, «le aree più rigide del sistema detentivo, centrate sulla separazione dagli altri», e le “celle lisce”, cioè prive di suppellettili in modo da minimizzare i rischi di atti di autolesionismo. Una condizione su cui il Garante ha invitato a riflettere, nell’ottica della sua potenziale «effettiva aderenza al precetto costituzionale che vuole ogni pena tendente alla rieducazione».

Disegno di legge delega sull’ordinamento penitenziario: tocca alla Camera

Una tendenza positiva si è avviata dopo la sentenza di Strasburgo, nel 2013: si è ridotto il numero di presenze in detenzione e aumentato il ricorso a pene alternative. Tuttavia il Garante ha messo a fuoco due nodi da sciogliere.

vita in carcere
Bisogna affrontare il nodo della qualità della detenzione. Immagine: Matthias Müller

Primo, il sovraffollamento, che sebbene attenuato oggi si rifà a numeri di 55.827 detenuti per 45.509 posti disponibili, con picchi di concentrazione «quasi del trecento per cento rispetto alla capienza», ha sottolineato Palma. Il numero di detenzioni, inoltre, ha evidenziato recentemente il ritorno a un trend in leggero aumento.

Il secondo punto da affrontare è il profilo qualitativo della detenzione. «Un nodo irrisolto», secondo il Garante, che ha sottolineato: «Il carcere è ancora troppo spesso luogo di sofferenza aggiuntiva per le persone che vi sono ristrette» e «luogo di difficoltà e disagio per chi lavora».

Su questo, adesso gli occhi sono puntati sul disegno di legge delega sull’ordinamento penitenziario, frutto anche della discussione emersa dagli Stati generali dell’Esecuzione Penale. Il provvedimento ha incassato l’ok del Senato, la parola adesso spetta alla Camera.

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