SANDRO LIBIANCHI: IL CSV PER CREARE FILONI DI RICERCA E INTERVENTO

Medico, Libianchi ha dedicato la vita alla salute in carcere e alle dinamiche complesse che vi si trovano. Crede in un CSV che si occupi di ricerca come metodo e che costruisca rapporti diretti con il territorio

di Maurizio Ermisino

Sandro Libianchi, medico specialista, ha dedicato la sua vita alla tutela della salute di tutti coloro che in carcere ci sono per motivi di giustizia e per coloro che in carcere ci lavorano, guardando anche alle dinamiche complesse che solo chi entra in questo mondo chiuso e sconosciuto riesce a conoscere e a capire. Non è un caso che l’OdV di cui è presidente si chiami Co.N.O.S.C.I. Che, certo, è una sigla che sta a rappresentare il Coordinamento Nazionale Operatori per la Salute nelle Carceri Italiane. Ma è anche una parola che, dentro di sé, ha il senso di tutta la questione. Perché chi parla di carcere e di detenuti spesso lo fa senza conoscerli. Perché si tratta di un mondo chiuso e che si vuole tenere chiuso. E solo entrandoci dentro, cosa che non è affatto facile, si può cominciare a capirlo e a sentire le esigenze di chi si trova al suo interno, e di chi ne è appena uscito. Serve, appunto, conoscere. Sandro Libianchi è un profondo conoscitore di questo ambiente e delle sue problematiche. Candidato al Direttivo del CSV del Lazio, di cui ha già fatto parte, pensa a un Centro di Servizi che possa occuparsi anche di tutti i problemi legati alla giustizia penale. Il Centro di Servizi per Libianchi dovrebbe occuparsi della creazione di filoni di ricerca e intervento, laddove la ricerca sia un metodo e non qualcosa di occasionale. E dovrebbe consentire di avere un rapporto diretto con le realtà del territorio, anche scendendo in campo direttamente.

Continuano gli approfondimenti in vista del rinnovo delle cariche del CSV Lazio. In una prima fase, a partire dai presidenti dell’unificazione e attraverso i pareri e le opinioni dei principali stakeholder del CSV, abbiamo voluto dare il quadro di cosa sia oggi il CSV Lazio e quali siano i principali assi strategici della sua azione, le prospettive future, i punti di forza e le criticità. Con Sandro Libianchi prosegue la serie di contributi dedicata ai candidati al nuovo Direttivo CSV Lazio.

sandro libianchi
Sandro Libianchi è presidente di Co.N.O.S.C.I., il Coordinamento Nazionale Operatori per la Salute nelle Carceri Italiane

Cosa scriverebbe in una lettera di presentazione? Qual è stato il suo percorso di vita e quello associativo?

«Sono un medico, mi sono laureato nel 1979, sono specialista in medicina interna, in endocrinologia e in farmaco-tossicodipendenza. Ho lavorato negli ospedali, nel pronto soccorso, in molte strutture pubbliche e qualche struttura privata. Nel 1993 ho vinto un concorso per quella che era la Asl Roma 3, poi diventata Roma B. La Asl mi lanciò un guanto di sfida: “visto che sei l’ultimo arrivato te ne vai in prigione, a lavorare lì”. La raccolsi come una vera sfida: non avevo problemi di nessun genere, avevo già fatto lavori impegnativi, perché in un pronto soccorso impari che cos’è la vita reale. Il giorno dopo bussai al carcere di Rebibbia, dicendo: sarei il nuovo medico. Ma non potevo entrare perché avevo bisogno di molte autorizzazioni. L’impatto, insomma, era chiaro: qui non si esce e non si entra facilmente. Qualche giorno dopo cominciai e da allora sono rimasto. Una realtà complessa come il carcere è molto dura, ma anche ricchissima di umanità e di problematiche completamente sconosciute e invisibili alla maggior parte delle persone, che non sa che cosa succede al di là del muro».

Lavorare per anni a contatto con il carcere è una di quelle esperienze che danno molto a livello umano. È stato così?

«Mi ha reso molto più recettivo verso i problemi delle persone e dell’ingiustizia sociale. E di conseguenza anche i problemi sanitari delle persone che sono in carcere. Problemi sanitari che sono prevalenti nell’area delle patologie della dipendenza e nell’area della psichiatria. Anche se non sono le malattie più frequenti, sono dei grossi capitoli. Soprattutto nel momento del rilascio. Fino a che le persone stanno in un contenitore, in un contesto confinato, la cura ce l’hanno. Il problema è all’uscita, dove la libertà prevale su tutto, e anche il libero arbitrio: per questo c’è la massima ricaduta sia nell’uso di droghe che nello stato psichiatrico che ha portato le persone in carcere, e quindi la recidiva. A tale proposito pensiamo alle persone straniere che non hanno una dimora fissa, né un lavoro, né – spesso – una famiglia di sostegno. Uno degli anelli deboli, su cui sto combattendo da anni, è proprio l’integrazione tra il ‘dentro’ e il ‘fuori’. Oggi è scarsissima, anzi non c’è proprio e le istituzioni sono ancora insufficienti. Un altro problema che ho imparato è una sorta di autocontrollo nei confronti degli eventi che possono succedere, duri, violenti e complessi. Se non ti sai dotare di elementi molto forti di autocontrollo non resisti, la struttura ti elimina. E quando parlo di elementi di conflitto, le persone pensano che si parli di detenuti. Il conflitto maggiore all’interno delle carceri è invece con la struttura, con le amministrazioni. Il problema più grande in carcere non sono certo i detenuti, ma la gestione delle tante amministrazioni che hanno competenze in ambito penitenziario e che spesso sono in conflitto tra di loro, al loro interno. E’ difficile pensare che si possa dire che in un carcere non ci siano conflitti. In tali casi è più facile pensare che in quella situazione probabilmente c’è collusione».

Quale esperienza ha avuto del Centro di servizio del Lazio negli ultimi anni?

«Sono in contatto con il CSV praticamente sin dalla sua costituzione, dal 1998. Ho fatto parte del direttivo per anni e ho seguito da vicino tutte le vicende del Centro. Il Centro di Servizio del Lazio forse non è il più grande ma è quello strategicamente più importante, vista la sua posizione geografica. Lo è per la facilità nel rapportarsi con gli enti centrali dello Stato, visto che siamo a Roma. Il ruolo centrale del CSV nell’ambito delle competenze socio-sanitarie e di integrazione è stato un fattore di facilitazione su tutta quella che è stata la progettazione e nel tempo abbiamo messo in campo molte iniziative».

 Come utente dei servizi e come partecipante agli orientamenti politici e organizzativi, che opinione ha del CSV?

«Nel Centro di Servizio ho trovato quello che cercavo: una risposta alle numerosissime domande inevase che avevamo come operatori. Cercavamo, attraverso il volontariato, e non il pubblico, di avere delle risposte che ci permettessero di mettere in campo risorse e metodi e avere un risultato migliore. Ciò è avvenuto. E quindi sono rimasto a collaborare per più di vent’anni proprio per questo motivo. Questo mi ha dato una grossa soddisfazione e anche la sicurezza di avere un punto d’appoggio e di riferimento, con qualcuno che potesse capire le istanze del mio lavoro».

 Quali questioni ritiene prioritarie per il CSV nei prossimi anni?

«Secondo me quando ci si trova di fronte a una parola come “il sociale” e tutto quello che si intende con essa, c’è una complessità talmente elevata e frammentata che o si creano delle linee di attività specifiche con dei centri di responsabilità, di riferimento, all’interno dell’organizzazione, o si rischia di perdere battute. Quello che io auspico, tra le varie cose, è la creazione di filoni di ricerca e intervento, laddove la ricerca sia un metodo e non qualcosa di occasionale. Tutto ciò che noi facciamo, all’interno del volontariato, è sufficiente che sia messo sotto forma di ricerca: la raccolta dei dati è un punto importante, che permette il creare modelli e la loro riproduzione qualora gli esiti di quello specifico intervento siano positivi e ripetibili. L’altra questione che penso sia prioritaria è avere un rapporto diretto con le realtà del territorio: l’associazionismo è un rapporto non totalmente diretto, perché subisce già un filtro. Il Centro Servizi deve scendere in campo anche direttamente, non solo con le associazioni che lo compongono, perché ognuno ha il suo modo di vedere. Una cosa raccontata da me può essere diversa dalla stessa raccontata da un’altra persona. E avere una dimensione del problema che sia a tutto tondo è un valore aggiunto».

Che apporto potrebbe dare una persona con la sua esperienza, nel settore medico e in quello del carcere, al direttivo del CSV?

«Il mio apporto potrebbe essere quello della valorizzazione di un settore enorme, che è quello della giustizia penale. Noi andiamo dalla prevenzione del reato del consumo delle sostanze stupefacenti, fino al dopo: ad esempio con i lavori di pubblica utilità, con momenti di formazione intra e post carceraria, con la creazione di cooperative di lavoro sia all’interno che all’esterno del carcere. La differenziazione dello smaltimento dei rifiuti di elettronica, che è un settore ricchissimo se fatto bene, comporta una scarsa mobilità della persona, è un tipo di lavoro che è già in atto in qualche carcere. Un altro di questi lavori è la sartoria, anche di qualità: nelle carceri americane che abbiamo visitato ci sono produzioni vere e proprie, con la Levi’s che manda in carcere rotoli di tela e ne escono pacchi di jeans confezionati. Si tratta di produzioni industriali. È qualcosa che aiuta ad evitare la recidiva. Mi aspetto che un Centro Servizi per il Volontariato classifichi e corrisponda a tutto quello che è il pacchetto della giustizia penale, sia in termini riabilitativi che in termini di integrazione socio-sanitaria. Anche la cultura e lo sport possono aiutare la persona a ricrearsi nuove chances di vita. Anche l’educazione alla bellezza e all’arte sono delle risorse preziose».

Rimandiamo alle interviste a: Paola Capoleva e Renzo RazzanoChiara TommasiniLorena MicheliRoberto GiustiRiccardo Varone.

Le interviste agli altri candidati: Carla MessanoCarlo Quattrocchi , Andreina CiogliDanilo ChiricoVincenzo CarliniMaurizio VanniniRoberto Rosati, Raffaele CastaldoSergio CervoGiulio RussoTiziana LatiniAntonio Felice FargnoliMaria Cristina Brugnano, Claudio GrazianoCristina De Luca, Paola Capoleva.

SANDRO LIBIANCHI: IL CSV PER CREARE FILONI DI RICERCA E INTERVENTO

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