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Isis Tomorrow

ISIS, TOMORROW: QUANDO LA GUERRA TRAVOLGE I BAMBINI

ISIS, TOMORROW: QUANDO LA GUERRA TRAVOLGE I BAMBINI

L’Isis e l’Iraq visti dai bambini: il documentario di Francesca Mannocchi e Alessio Romenzi mostra, come poche altre volte, cos'è una guerra

«Mio zio, mio fratello, mio cugino sono tutti stati uccisi dall’Isis. Li appendevano, li sgozzavano o li lapidavano. Ho visto bambini della mia età, più grandi o più piccoli, imbracciare le armi. Ho visto mia madre che non era vestita correttamente venire frustata sulla schiena. Li avrei uccisi se avessi potuto. Possa dio punirli, che faccia a loro quello che hanno fatto a noi». Sono parole pesantissime. Parole che non vorremmo mai sentire pronunciate da un bambino. Parole che non vorremmo mai nemmeno sfiorassero la mente di un bambino. Che a certe scene non dovrebbe assistere mai, nemmeno alla tivù, nemmeno da lontano. Un bambino dovrebbe essere protetto, tenuto lontano da tutto questo. E invece. Quelle che vi abbiamo scritto sono le prime parole di Isis Tomorrow – The lost souls of Mosul, il documentario di Francesca Mannocchi e Alessio Romenzi, prodotto da  FremantleMedia Italia con Rai Cinema, distribuito in Italia da ZaLab dal 13 settembre, dopo essere presentato alla 75esima Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia,  in Selezione Ufficiale, Fuori Concorso.

 

LA MISSIONE SUICIDA COME MASSIMA ASPIRAZIONE. «I believe the children are our future», credo che i bambini siano il nostro futuro, recita The Greatest Love Of All, una famosa canzone soul. Isis Tomorrow parla proprio di questo. Nell’ideologia dell’Isis i bambini sono l’arma più efficace per portare nel futuro l’idea di un grande Califfato universale: eredi di un unico obiettivo, creare un mondo diviso a metà, da un lato gli jihadisti e dall’altro lato gli infedeli da sterminare.

isis tomorrow
Immagine tratta dal trailer del film

Siamo a Mosul, in Iraq. I lunghi mesi della guerra vengono ripercorsi attraverso le voci dei figli dei miliziani addestrati al combattimento e a diventare kamikaze, fino a seguire i loro destini nella complessità del dopoguerra, un dopoguerra di vedove bambine e ragazzi marginalizzati, in cui il sangue della battaglia lascia spazio alle vendette e alle ritorsioni quotidiane, alla violenza come sola risposta alla violenza.
A Mosul, nei tre anni di occupazione dell’Isis, hanno vissuto 500mila minori. Per molti di loro, considerati dall’Isis l’arma per portare nel futuro l’eredità dei padri, il martirio è l’obiettivo principale, quello di ogni combattente dello stato islamico. Diventare un martire è un livello che nessuno può raggiungere. La massima aspirazione è la missione suicida.
I bambini crescono con questa idea, inculcata fin da quando sono piccoli. E nessuno può toglierla loro dalla testa. «Reclutano sia grandi che piccoli, molti vanno per soldi, per la promessa del paradiso per le loro anime. Per le vergini e le sorgenti del paradiso», racconta uno di loro. «I fratelli maggiori invitano quelli minori ad andare con loro. Se dicono che i padri non vogliono, gli mandano l’Isis a casa a uccidere le loro famiglie. Alcuni uccidono le famiglie con le proprie mani».
Francesca Mannocchi, reporter e giornalista, e Alessio Romenzi, fotografo di guerra, filmano a poche centinaia di metri dalle bombe, a pochi passi dai carri armati. Entrano nel cuore della tragedia, a volte parlando con bambini che hanno appena perso i genitori. In quello che in fondo è un crudo reportage di guerra, ma girato con un punto di vista inedito, riescono creare immagini pittoriche, con una fotografia eccezionale, densa nei suoi chiaroscuri, che sembra quella di un film di finzione. E questo rende tutto ancora più potente, straniante, perché sappiamo bene di assistere a qualcosa che è tremendamente reale. Poche volte, in un film, abbiamo visto una rappresentazione così vivida del dolore, abbiamo capito cos’è una perdita. Se volete sapere cos’è davvero una guerra, andate a vedere Isis, Tomorrow.

 

Isis Tomorrow
Foto di Alessio Romenzi. Zalab Media

L’ALTRO LATO DELLA MEDAGLIA. Se una cosa dovremmo aver capito della guerra, è che non ci sono vincitori. Ne escono sconfitti tutti. E Isis Tomorrow è efficace per come esplora gli altri lati della medaglia. Come quando intervista un soldato della ERD (Emergency Response Division del ministero dell’interno iracheno) che dice di combattere tutti allo stesso modo: non conta se siano grandi o piccoli, perché vengono a distruggere il suo paese. C’è chi invece ha pianto dopo aver visto un bambino morto, il corpo diviso in due dopo essersi fatto saltare in aria, e prega dio di non fargli incontrare più bambini per non doverli uccidere.
L’altro lato della medaglia sono anche i familiari degli esponenti dell’Isis.
Per gli abitanti di Mosul, una volta liberata la città dall’Isis, sono i nemici. Ma sono comunque iracheni. Continuano a vivere tra loro, o a pochi chilometri. Sono odiati, mal visti dagli altri. Un ragazzo dice che ha paura di uscire di casa per paura di essere riconosciuto. In quel caso, vengono segnalati e arrestati, anche le donne con i bambini (che restano con loro), e mandati nei campi per i familiari dell’Isis, in un circolo vizioso di arresti, detenzioni e violenze che non finisce mai. Si viene arrestati in base a denunce, spesso anche infondate. Chi combatte l’Isis, chi arresta e poi detiene i sospettati non è più umano del proprio nemico: scosse elettriche, percosse con tubi di plastica. La guerra è questa, azzera ogni pietà e ogni umanità. E capita che nelle carceri si faccia proselitismo, e che persone giurino fedeltà all’Isis proprio in prigione. «Se puoi uccidere qualcuno, fallo» è la cultura con cui crescono molti giovani.
«Adesso non vado a scuola, non ho libri né altro. I vestiti che indosso sono gli unici che ho. Prima avevo un pallone con cui giocavo con un vicino. La gente acclamava l’Isis, le donne erano felici, dicevano che avrebbero liberato il mondo. Li hanno acclamati fino a che non hanno distrutto le loro vite. Penso alla mia famiglia che hanno ucciso davanti ai miei occhi, adesso vivo a casa di mia zia con i miei cinque fratelli e sorelle». Un’altra storia che non dovrebbe mai accadere a un bambino. A nessun bambino. Sarà in grado l’Iraq di accettare i figli dell’Isis come propri figli, di perdonare le loro madri, di riconciliare le anime del paese? Isis Tomorrow cerca una risposta a questa domanda. Per ora non sembra positiva. Ma il tempo ci darà la risposta definitiva.

 

Se avete correzioni o suggerimenti da proporci, scrivete a comunicazione@cesv.org

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Maurizio Ermisino
Maurizio Ermisino

Curioso fin da piccolo, è sempre stato attratto da tutto ciò che è immagine in movimento e suono elettrico. In due parole: cinema e rock. In un master ha incontrato le altre due passioni della sua vita: Chiara e il sociale. Oggi si occupa della comunicazione del progetto Well-Fare | Tra mediazione e comunità, costruire il welfare locale. http://www.well-farecomunita.it/

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